Recensione film The Animal Kingdom

The Animal Kingdom: lo straordinario è il nuovo ordinario

Distribuito da I Wonder dal 13 giugno 2024 nelle sale italiane, The Animal Kingdom è il nuovo film scritto e diretto dal regista francese Thomas Cailley. Con protagonisti Romain Duris, Paul Kircher e Adèle Exarchopoulos, il titolo è un dramma fantascientifico che si tinge di avventura e coming of age, inoltrandosi nel campo dell’accettazione del diverso per una pacifica convivenza.

The Animal Kingdom è stato poi un successo all’edizione 49 dei premi Cesar, dove ha ottenuto 5 riconoscimenti su 12 candidature ed ecco di seguito la recensione del film di Thomas Cailley.

The Animal Kingdom, la trama del film di Thomas Cailley

Su sceneggiatura originale dello stesso regista e di Pauline Munier, The Animal Kingdom è ambientato in un mondo distopico, nel quale una misteriosa ondata di mutazioni genetiche sta lentamente trasformando gli esseri umani in bestie, con il loro numero in progressivo aumento.

La storia è quella di Francois e di suo figlio Emile, preoccupato per le condizioni di sua moglie che è stata colpita da questa ondata, tanto da prendere la decisione di trasferirla in un centro specializzato per trattare le “creature”.

Padre e figlio sono costretti così a trasferirsi, ma iniziano a cercare la loro cara quando il convoglio che stava portando lei ed altri simili al centro si ribalta nel bosco, provocando vittime e dispersi. Nel frattempo, anche la condizione psicofisica di Emile non sembrerebbe essere stabile.

Recensione film fantascienza The Animal Kingdom

The Animal Kingdom, la recensione: un ululato liberatorio nella selva oscura

Hai paura delle creature? Non bisogna avere paura.

Dopo aver riscosso ampio successo, specialmente in patria con i 3 premi vinti ai Cesar grazie alla sua opera prima The Fighters – Addestramento di vita del 2014, il regista francese Thomas Cailley torna sul grande schermo aprendo il 76° Festival di Cannes.

Come il suo primo film, l’autore ripropone un racconto di formazione giovanile attraverso un’introspezione selvaggia e naturalistica, sferrando un colpo alle istituzioni sociali e politiche e sprigionando un urlo verso la libertà di sé. Indicativo come The Animal Kingdom sia stato scritto in pieno periodo pandemico, dove l’ondata di mutazioni genetiche nel film fa eco ad un’epidemia sempre più virale (sebbene il termine “epidemia” faccia riferimento alla diffusione di una malattia, in pieno contrasto con il tema del regista francese), ma abbia trovato distribuzione nell’ultimo periodo/anno quando, soprattutto nel Vecchio Continente, continuano a soffiare venti di burrasca.

Con il suo grido di speranza e libertà a voler spettinare ignoranti, ipocrite e dannose ideologie xenofobe, il film di Cailley si pone in un clima socio-politico che vede l’elefante nella stanza dell’emergenza migratoria, la delicata condizione legata al terrorismo e l’odio verso lo straniero/diverso in continua crescita, arrivando anche ad istituzioni politiche che intenderebbero emarginare disabili e meno fortunati invocando i periodi più oscuri della nostra storia.

Affondando le mani anche nel terreno fertile dell’antispecismo, condannando anche pratiche “sportive” come caccia e spettacoli indecorosi in stile corrida, il regista invoca un vero e proprio bisogno di convivenza pacifica all’interno di una comunità, che sia locale, regionale, nazionale o internazionale. The Animal Kingdom è in tal caso funzionalmente ambientato in un habitat rurale, di provincia, dove il razzismo legato specialmente all’ignoranza e alla paura deflagra quasi indisturbato, oltre al suo stretto legame con la Natura del bosco che, qui, assume inevitabilmente anche i connotati della natura umana.

A parte l’esposizione della forze di polizia, nel film non vengono infatti esaltati elementi in riferimento al territorio francese, con la distopia che collocherebbe la narrazione sostanzialmente in qualsiasi parte del mondo. Il grido di aiuto e di attenzione è però chiaro: alle istituzioni dello Stato, ai rappresentanti ospedalieri e alle forze dell’ordine viene chiesto tatto, mezzi ed istinto nel prendersi cura non di cavie o di animali addomesticati, ma di persone, siano esse le più diverse possibili tra loro.

The Animal Kingdom, la recensione: trasformazione, evoluzione ed umanizzazione del mostro

Non si tratta di cacciare o essere cacciati, si tratta di collaborare.

Oltre infatti al richiamo politico, il film di Cailley verte necessariamente sulla sfera intima dell’essere umano, con quella richiesta di aiuto ed attenzione che deve necessariamente coinvolgere prima di tutti l’ambiente domestico.

Ricreando un habitat in tal senso emozionante e coinvolgente, il regista fa perno anche sul rapporto generazionale tra un padre dedito alla “disciplina” ed un figlio in continua trasformazione mentale e soprattutto fisica. Lo scontro/incontro tra genitori e figli è determinante in una condizione camaleontica e sfuggevole come il cambiamento adolescenziale, che di fatto forgia cuore e carattere del ragazzo/a verso il suo futuro. Il personaggio di François è semplicemente emblematico e d’esempio per la sua “categoria”, mettendo da parte un eventuale tumulto psicologico interno per il bene della sua “creatura”, la quale deve trovare la propria strada nella vita senza che nessuno possa tapparle le ali, specialmente in virtù delle caratteristiche fisiche e fisiologiche.

È proprio la fisicità ad essere messa in primo piano dal regista francese, quale elemento che salta preliminarmente all’occhio e che rappresenta un possibile fattore di sgomento verso chi guarda, come nel caso del colore della pelle, ma non solo. In The Animal Kingdom il “fattore di sgomento” viene rappresentato, appunto, dagli effetti dalla mutazione genetica, sebbene il regista rivolga il suo sguardo su continue analogie, sfruttando perfettamente il distopico della fantascienza per parlare del reale mondo quotidiano.

Così facendo, anche attraverso gli occhi del ragazzo protagonista in questo bestiale coming-of-age, non c’è poi molta differenza tra persone con ali o artigli, autistiche o con disturbi dell’attenzione. Una favola di deltoriana memoria in tal senso, che rende umano il mostro e viceversa allargando il discorso sull’accettazione del diverso oltre la sfera dell’identità di genere.

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The Animal Kingdom, la recensione: emozioni ed una costruzione visiva che rapisce l’occhio

Disobbedendo si dimostra coraggio oggi.

Se The Animal Kingdom riesce non solo ed emozionare, ma anche e soprattutto a coinvolgere nella sua storia favolistica per rendere i suoi messaggi più penetranti, è anche e soprattutto grazie ai suoi personaggi principali. Questi non sono, infatti, solo frutto di un’attenta scrittura tanto nei caratteri quanto nell’evoluzione degli stessi, ma vengono dati in pasto allo schermo attraverso un’interpretazione decisamente riuscita.

Senza considerare infatti il personaggio di Adèle Exarchopoulos (La vita di Adele), decisamente inutile e di poco spessore nell’economia del film, la scena viene innanzitutto rubata dal Francois di Romain Duris, il quale sta ultimamente cavalcando l’onda del successo grazie a film quali Cut! Zombi contro zombi di Michel Hazanavicius, Daaaaaalí! di Quentin Dupieux e la dilogia de I tre moschettieri di Martin Bourboulon con il personaggio di Aramis. Tormentato dalla paura di aver perso e allo stesso tempo quella di poter ritrovare l’amata moglie, il personaggio è un padre premuroso che si preoccupa di difendere il figlio con gli artigli e con le zanne, rendendosi protagonista di più di qualche sequenza vivamente emozionante.

Altrettanto efficace, sebbene con qualche indecisione in più, la prova del giovane parigino Paul Kircher, già premiato al Festival di San Sebastian per Le Lycéen del 2022 ed al suo quarto film da protagonista. La sua è sicuramente una prova più prettamente fisica, con il ragazzo che si presta ottimamente al camaleontico ruolo lasciando trasalire il suo tormento interiore.

Direzione dei due attori protagonisti quindi decisamente azzeccata da parte di Cailley, che nello stile di ripresa camera a mano si avvia a passo felpato se non quando libera le ali nelle numerose riprese aeree. Senza comunque evirare le crude ed impattanti immagini sulla trasformazione fisica delle creature, quella del regista è una calma disciplinata che conduce la visione in un’avventura silente dagli spiccati connotati drammatici, nonostante qualche sconsiderato raccordo di montaggio e forse qualche minuto ostentato e di troppo.

A non essere silente è invece il comparto sonoro, importante anche e soprattutto nei versi animaleschi e cambi di voce dei personaggi, puntando anche sulle delicate ed accoglienti note della colonna sonora del polistrumentista torinese Andrea Laszlo De Simone, che vince il premio Cesar assieme a quello del Miglior Sonoro. Nella recensione di The Animal Kingdom non è stato infatti sottolineato il successo, ancora una volta ottenuto da Cailley, ai riconoscimenti più importanti del cinema francese, dove questo titolo fantascientifico ha ottenuto nell’edizione 2024 ben 5 premi su 12 candidature, comprese quelle per Miglior Film e Miglior Regista.

Gli altri 3 riconoscimenti sono poi arrivati al superlativo comparto tecnico che verte sull’ottima resa immaginifica, ovvero quelli per Migliori Costumi, Miglior Fotografia e Migliori Effetti Speciali. Con un budget stimato attorno ai 13 milioni€, la costruzione fantasy (più che fantascientifica) del film è davvero folgorante, dove le bestiali creature minuziosamente realizzate godono di un eccezionale lavoro sul trucco (più che per costumi, comunque di livello grazie soprattutto alle protesi adottate e con la categoria che unisce entrambi gli aspetti) e dell’impegno sugli effetti speciali, che presentano tuttavia qualche deragliamento per gli effetti visivi soprattutto nelle sequenze di volo.

L’umida fotografia di David Cailley è poi funzionale nell’evidenziare le tonalità selvagge verdi e bluastre, intrappolando la visione negli evocativi regni naturalistici e restituendo alcune istantanee di enorme bellezza estetica.

In conclusione, il secondo film scritto e diretto da Thomas Cailley prende la distopia della fantascienza e la immerge nel terremoto socio-politico odierno della xenofobia. Attraverso un emozionante rapporto padre-figlio, il suo favolistico ululato liberatorio si pregia di una costruzione immaginifica di altissimo profilo, specialmente nell’evocazione fantasy del racconto.

★ ★ ★ ★ ½

Vittorio Pigini
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Laureato in Giurisprudenza, diplomato in Amministrazione Finanza e Marketing, ma decisamente un Hobbit mancato. Orgogliosamente nerd e da sempre appassionato del mondo del cinema, con il catartico piacere per la scrittura e studioso della Settima Arte da autodidatta.

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