
11 Feb 2026 Hamnet: recensione del film di Chloé Zhao
L’ultimo film di Chloé Zhao è Hamnet: un crinale dove si intersecano natura, lutto e catarsi. Con Hamnet – Nel nome del figlio, la regista approda al suo quinto lungometraggio, distanziandosi sia dal Premio Oscar Nomadland (2020) sia dalle indecise ambizioni del cinecomic Eternals (2021). Adattando il celebre romanzo di Maggie O’Farrell, la regista riafferma la sua firma stilistica: un cinema che vive di spazi aperti, di arte e recitazione. Questa è la storia di Amleto, Hamnet. Ecco la recensione di Hamnet – Nel nome del figlio, il film Chloé Zhao.

Hamnet: trama del film di Chloé Zhao
Ambientato nell’Inghilterra del XVI secolo, il film ci immerge nella vita quotidiana della coppia Agnes (Jessie Buckley) e WIlliam (Paul Mescal), che crescono tre figli, Susanna (Bodhi Rae Breathnach) e i gemelli Judith e Hamnet (Olivia Lynes e Jacobi Jupe). Quando la morte prematura di uno dei figli colpisce la famiglia, il dolore spinge Agnes e Will a confrontarsi con la perdita. Non è la storia degli Shakespeare, ma di come si affronta un lutto, che finisce per riflettersi in una delle opere più celebri del teatro.
Hamnet: recensione del film di Chloé Zhao
Il cinema di Chloé Zhao propone sempre con decisione la centralità dei volti nella rappresentazione dell’umanità tutta, attraverso il ciclo che la nostra vita affronta: nascita, esplorazione, amore con l’Altro, malattia, morte. In Hamnet, quando i personaggi sono a contatto con la natura e quando con la morte è un divario non intenzionalmente specificato. È forse questa la chiave per comprendere una delle più grandi tragedie di tutti i tempi? Tutti noi abbiamo a che fare con la natura, con la morte. Chi prima, chi dopo, ci aspetta e si beffeggia di noi.
La regista mette in scena il legame tra Agnes (Jessie Buckley) e il marito, ripercorrendo la parabola iniziale fino alla tragedia che ne segna il declino: la morte del figlio undicenne Hamnet. Quello che emerge è un film che guida lo spettatore attraverso l’elaborazione di una perdita inattesa. E lo fa tracciando un percorso che si interseca con quello del Bardo. Hamnet diventa catarsi, rappresentazione, figura inscindibile dal palcoscenico.
Gli scorci rurali dell’Inghilterra cinquecentesca richiamano la purezza dei primi lavori della regista (Songs My Brothers Taught Me, The Rider), ma aggiungono la giusta verbosità per rappresentazione dello Shakespeare e del periodo storico della coppia. Nella prima metà la pellicola fatica a trovare una direzione chiara, disperdendosi in un’estetica poco efficace, ma sicuramente interessante nel delineare Agnes; successivamente, la narrazione subisce una scossa con l’arrivo della malattia.
Chloé Zhao arriva in sala con un film che sfiora il capolavoro, elaborando temi fondamentali con delicatezza e interpretazioni, come quella della Buckley, indimenticabili. Si rivela tutto come un’opera che riesce incredibilmente a parlare ad ogni spettatore, preferendo una certa pacatezza a dispetto di qualche sbavatura iniziale. Per chi si sta chiedendo già quale film guardare per capire di più l’Amleto, la risposta è presto detta: Hamnet – Nel nome del figlio è l’opera perfetta.
★ ★ ★ ★ ½



