
09 Nov 2025 Divine Comedy, recensione del film di Ali Asgari
È il quarto film del regista iraniano Ali Asgari, Divine Comedy (Komedie Elahi), ad arricchire la sezione Orizzonti della 82esima Mostra del Cinema di Venezia. Attingendo da grandi registi come Godard e Woody Allen, il film è una commedia leggera che racconta i problemi di distribuzione e censura di un film in Iran. Direttamente da Venezia 82, ecco la recensione di Divine Comedy, il film di Ali Asgari.

Divine Comedy: trama del film di Ali Asgari
Bahram è un regista quarantenne che ha trascorso l’intera carriera realizzando film in turco- azero, nessuno dei quali è mai stato proiettato in Iran. Il suo ultimo lavoro, a cui il Ministero della Cultura ha nuovamente negato l’autorizzazione, lo spinge al limite della ribellione. Con a fianco il produttore Sadaf, dalla lingua tagliente e in sella a una Vespa, intraprende una missione clandestina per presentare il suo film al pubblico iraniano, eludendo la censura governativa, l’assurda burocrazia e le sue proprie insicurezze.
Divine Comedy: recensione del film di Ali Asgari
Il regista turco-iracheno Bahram e la produttrice Sadaf si trovano intrappolati in un kafkiano meccanismo burocratico: il loro terzo lungometraggio, completato dopo anni di lavoro, rimane ostaggio delle rigide norme censorie imposte dal Ministero della Cultura.
Ali Asgari arriva a Venezia 82 con un film in dialogo tra Woody Allen, Nanni Moretti e Godard. Un invito a recuperare caldamente le opere del regista, ritrattista di una Teheran attuale e contraddittoria, con uno stile che si rifà ai tre già citati, ma con una manodopera coinvolgente e appagante.
La narrazione si apre con un dialogo cruciale tra il filmmaker e il funzionario responsabile delle approvazioni, costruito attraverso una regia con camera fissa sull’attore protagonista Bahram Ark, un personaggio elegante, tranquillo e con presenza scenica memorabile. Il censore resta una presenza fuori campo, udibile solo in voice-over mentre discute con Bahram delle problematiche ideologiche che ostacolano l’autorizzazione del progetto.
Da questo momento, Divine Comedy si sviluppa attraverso una serie di surreali confronti che separano il regista e la sua collaboratrice dalla tanto agognata distribuzione cinematografica in territorio iracheno.
Nell’opera di Ali Asgari, qui al quarto film dopo La bambina segreta (2022) e l’adattamento del bestseller di Azar Nafisi Kafka a Teheran (2023), emergono molteplici influenze stilistiche che delineano una poetica cinematografica completa. Si riconoscono i riferimenti diretti ad Abbas Kiarostami, nella continua sperimentazione formale, ma anche aperture verso il cinema occidentale: l’ironia arguta del protagonista è il più puro Woody Allen, mentre l’approccio pragmatico alla realizzazione cinematografica richiama François Truffaut e Jean-Luc Godard.
La forza di Divine Comedy risiede nella capacità di Asgari di bilanciare il contesto politico iraniano, che condiziona la storia dei due protagonisti, con una comicità intellettuale e pungente. Nonostante l’ambiente oppressivo del regime degli Ayatollah possa sembrare scoraggiante per un cineasta indipendente e anticonformista, il film usa questa pressione come elemento narrativo, costruendo una storia sempre coinvolgente, con inquadrature fosse, minimali ma che rendono Bahram protagonista del palco del momento.
Divine Comedy è il film che svela finalmente il cinema di Ali Asgari, una commedia politica che acquisisce consapevolezza e crescita costante man mano che si prosegue con la visione. Il film rivela un autore incredibile, capace di raccontare la natura della realtà di Teheran, e al contempo in grado di esportare i principi di libertà in tutto il mondo.
★ ★ ★ ★ ½



