
07 Nov 2024 Parasite: 5 anni dall’iconico film sudcoreano
Esattamente cinque anni fa, il 7 novembre 2019, “Parasite” di Bong Joon-ho debuttava nelle sale italiane dopo aver conquistato la Palma d’Oro a Cannes, gettando una luce nuova sul cinema sudcoreano e cambiando per sempre le percezioni del pubblico e della critica su ciò che un film internazionale poteva ottenere.
Nel febbraio 2020, “Parasite” avrebbe compiuto un ulteriore passo storico: vince, tra i 4 oscar, quello per il Miglior Film e contemporaneamente quello per il Miglior Film Internazionale, unico nella storia del cinema a conquistare questi due titoli insieme.
Ma cosa ha reso questo film così unico e dirompente? A cinque anni dall’uscita, è il momento di parlare di Parasite, un film che ribalta continuamente le aspettative dello spettatore.
Parasite e il Sogno Coreano: una storia di disuguaglianze
Il successo plateale di “Parasite” si rivede nella sua capacità di rappresentare una realtà visibile a tutti noi attraverso una storia radicata nel contesto coreano.
Il film racconta la storia della famiglia Kim, che vive in condizioni di povertà estrema e cerca disperatamente di migliorare la propria situazione economica. I Kim, però, non sono solo la famiglia povera alla ricerca di un’opportunità; incarnano le ambizioni e le frustrazioni di una classe sociale che si sente invisibile (o la “fanno” sentire invisibile) e impotente di fronte alla crescente disuguaglianza economica.
Bong Joon-ho mette in scena uno spietato confronto tra due famiglie agli antipodi: i Kim, disoccupati e senza prospettive, e i Park, che vivono in una lussuosa villa. Il contrasto non è solo economico, ma anche nelle personalità e nelle abitudini delle due famiglie.
Se i Park appaiono distaccati e inconsapevoli della realtà esterna, adagiati sui loro allori, i Kim sono invece sono una famiglia di truffaldini, abili nel manipolare le situazioni e nel piegare le regole a proprio vantaggio. La critica sociale è sottile ma potente: il regista mostra come le differenze di classe non siano immagine di povero, quindi buono, e cattivo, quindi ricco. Entrambe le famiglie sono permeate da un sentimento di disperazione e invidia reciproca, scomodando lo spettatore a rivedersi in uno dei due contesti. L’uno implica l’altro e implica anche il disgusto dell’altro.
La casa dei Park è un simbolo centrale in Parasite e gioca un ruolo fondamentale sia nella narrazione che nella costruzione visiva. La villa, spaziosa e piena di luce, racconta del privilegio e del benessere economico dei Park, ma è anche una sorta di prigione dorata, isolata dalla realtà della vita quotidiana. Loro vedono solo quello che vogliono vedere. Quando un loro sottoposto non rispecchia un certo tipo di classe, con i comportamenti e, soprattutto, sensorialmente, va licenziato.
Al contrario, la casa dei Kim, situata in un seminterrato angusto e maleodorante, rappresenta la loro precarietà e oppressione della povertà. Bong Joon-ho usa in modo magistrale il concetto di altezza e profondità per enfatizzare la differenza di classe tra le due famiglie: i Kim vivono nel sottosuolo, letteralmente e metaforicamente, mentre i Park abitano “sopra”, in una posizione privilegiata.
La famiglia Kim si infiltra nella casa dei Park proprio come un parassita entra nel corpo di un ospite. Ma chi è realmente il parassita? Coloro che cercano di sopravvivere o quelli che, senza rendersene conto, sfruttano le disuguaglianze per mantenere la loro posizione agiata?

Parasite: un tripudio di generi
La struttura narrativa di Parasite, che mescola diversi generi cinematografici, è immensa.
Il film si apre come una commedia satirica, in cui vediamo i membri della famiglia Kim pianificare con astuzia l’ingresso nella vita dei Park, prima attraverso il ruolo di tutore di Ki-Jung (una bravissima Park So-dam) e poi con altri incarichi domestici. Questa prima parte del film sembra seguire il percorso di una commedia sociale, con elementi di umorismo nero e satire sulla società e sul classismo.
Ma proprio quando lo spettatore si sente a proprio agio in questo tono leggero, Parasite vira in modo sorprendente verso il thriller psicologico, con una serie di rivelazioni scioccanti che ridefiniscono la trama.
Una sorta di “discesa negli inferi”, con l’entrata in scena di un oscuro segreto nascosto nel seminterrato della villa dei Park. Entrata in scena di chi sta sotto a lavorare, favorendo la vita di chi sta sopra (rimandiamo al film Noi di Jordan Peele, uscito nello stesso anno). Da questo momento, il film diventa un dramma angosciante, ricco di suspense e tensione. Questa struttura ibrida permette al regista di utilizzare il cinema di genere per enfatizzare il senso di claustrofobia visiva nel film, metafora dell’inesorabile destino dei personaggi coinvolti (chi sta giù non può andare su, neanche col “Sogno”).

Parasite e il cinema sudcoreano, un gioiello da scoprire
Parasite è un capolavoro? Sarà il tempo a decretarlo. Quello che è certo è che il cinema sudcoreano è sempre stato di un importante impatto culturale internazionale, e la grandezza di questo film è riuscita a risuonare finalmente anche al grande pubblico. I pregiudizi che ogni spettatore ha (si, li avete) verso un film non in lingua inglese o italiana sono molti. Ecco, Parasite può essere un buon inizio per tanti di quelli che storcono il naso di fronte a produzioni orientali.
Ma il regista, Bong Joon-ho, non ha girato solo Parasite.
In attesa del nuovo film del regista con protagonista Robert Pattinson (clicca qui per leggere il nostro articolo), vi consigliamo altre opere, sicuri del vostro rinnovato interesse verso Parasite e il cinema sudcoreano.
Ci sono infatti altri film dove Bong Joon-ho aveva già esplorato i temi sociali e politici in modo provocatorio e originale. Opere come “Memories of Murder” (2003), thriller oscuro basato su un caso di omicidio realmente avvenuto in Corea del Sud, e “The Host” (2006), un film che unisce il genere horror a una critica dell’inquinamento e dell’intervento militare americano. Da non perdere anche “Snowpiercer” (2013), che racconta la lotta di classe all’interno di un treno in perenne movimento su un mondo congelato, e “Okja” (2017), una fiaba moderna sul rapporto tra uomo e natura e sull’industria alimentare.
Questi film, insieme a “Parasite”, fanno di Bong Joon-ho una delle voci più interessanti e influenti del cinema contemporaneo tutto.
La sua opera, come in Parasite, è intrisa di humor nero e di profondità sociale, rendendo i suoi lavori un riferimento che da voce alle classi più bistrattate. Che aspettate? Correte a (ri)vedere Parasite!



