
16 Gen 2026 Sirat: recensione del film di Oliver Laxe
Dopo il successo di critica dei suoi precedenti lavori, Oliver Laxe consolida il suo status con Sirat. Prodotto da Pedro Almodóvar, il film arriva sul grande schermo forte del prestigioso Premio della Giuria al 78° Festival di Cannes, un riconoscimento che suggella un percorso artistico iniziato con Todos vós sodes capitáns e proseguito con il rigore di Mimosas e O que arde. Laxe, cineasta dalle radici europee residente in Marocco, conferma con questa pellicola la sua capacità unica di portare in scena spiritualità con un linguaggio visivo d’avanguardia. Ecco la recensione di Sirat, il film di Oliver Laxe.

Sirat: trama del film di Olixer Laxe
Il film segue le vicende di Luis (Sergi López), un padre disperato che si addentra nelle zone più impervie del Marocco alla ricerca della figlia, scomparsa misteriosamente durante un rave party. Insieme al figlio minore Esteban, Luis si unisce a una comunità nomade di raver, un gruppo di figure ai margini che si muove tra le vette dell’Atlante e le distese di roccia del deserto di Agafay. Quello che inizia come un dolente road movie si trasforma rapidamente in un’escalation di tensione metafisica, dove il confine tra la ricerca fisica e l’espiazione spirituale si fa sempre più sottile, fino a sfociare in un finale esplosivo e visionario.
Sirat: recensione del film di Olixer Laxe
Il titolo Sirat richiama il ponte islamico sospeso sopra l’Inferno: un sentiero che per i giusti è largo e sicuro, ma per i peccatori si fa stretto come un capello. Questo rapporto è ciò che rende il film di Oliver Laxe pregno di una narrazione che attinge a riferimenti cinematografici imponenti: Sirat è infatti Mad Max, ma granulosamente sporco. Il deserto, ora un tutt’uno con il gruppo di protagonisti, diventa parte di un’esperienza sperimentale di 115 minuti. Polvere, sudore, disperazione. Sotto l’effetto di un’atmosfera che richiama le allucinazioni da LSD, la realtà si sfalda in onde sonore dei sound system, e la corruzione umana è ciò che esce dalle mistiche casse che creano rave nel deserto.
Il viaggio verso un nuovo rave in Mauritania, dove forse si trova la figlia, sarà un percorso di tensioni, responsabilità, morte. Sergi López attraverserà quindi il Sirāt(?), il ponte escatologico che, nella tradizione islamica, collega l’inferno al paradiso. L’on the road diventa percorso iniziatico, un cammino in cui ci si può smarrire senza nemmeno accorgersene, fino a far del film un’esperienza di espiazione, dove più delle intenzioni individuali pesa un destino inevitabile.
Tanto Alejandro Jodorowsky, ma anche tanta sperimentazione nel cinema di Oliver Laxe, dove la narrazione ‘tradizionale’ lascia spazio al ritmo dei bassi e alle esplosioni. Ciò che resta, dopo la devastazione, sono solo le casse acustiche: portali neri nel deserto, ultimi pilastri di un mondo che ha visto passare, nel suo corso, anche la specie umana.
★ ★ ★ ½



