
04 Gen 2026 Primavera: recensione del film di Damiano Michieletto
Chiude l’anno cinematografico italiano Primavera di Damiano Michieletto, un’opera sulla musica, sulla memoria e sulla passione dietro uno strumento. Ambientato nella Venezia del primo Settecento, il film si inserisce nella stagione cinematografica in modo particolarmente attento sulla narrazione di formazione e al dialogo tra generi. Primavera è un film che guarda al passato per parlare di vocazione e desiderio di riscatto, con un cast di interpreti solidi e a un impianto visivo di grande cura. Ecco la recensione di Primavera, il film di Damiano Michieletto.

Primavera: trama del film di Damiano Michieletto
Venezia, 1716. All’interno dell’Ospedale della Pietà vivono giovani ragazze abbandonate alla nascita, cresciute in una comunità chiusa e scandita da regole rigide, in attesa di un matrimonio che possa restituirle alla società. Tra loro c’è Cecilia, musicista di grande talento, promessa sposa a un uomo che non conosce e segnata dall’assenza della madre. La sua vita cambia con l’arrivo di Antonio Vivaldi, sacerdote e compositore, chiamato a dirigere l’orchestra dell’istituto. Sotto la sua guida, la musica diventa per Cecilia e per le altre ragazze uno strumento di affermazione personale, ma anche un terreno di scontro tra disciplina, ambizione e libertà.
Primavera: recensione del film con Tecla Insolia e Michele Riondino
Primavera conferma Damiano Michieletto come autore capace di attraversare linguaggi diversi, portando nel cinema una sensibilità maturata tra teatro e opera. Ispirandosi liberamente al romanzo Stabat Mater di Tiziano Scarpa, il film costruisce un racconto di formazione in che utilizza i codici del cinema sportivo per rendere immediatamente leggibile un contesto storico e culturale distante, come quello della Venezia musicale del Settecento.
La struttura narrativa, volutamente riconoscibile, funziona come base da cui innestare il percorso emotivo di Cecilia. La relazione tra lei e Don Antonio Vivaldi è il rapporto centrale di un’orchestra che, con misura, lascia che siano i personaggi e le interpretazioni a dare spessore alla storia. In questo modo, l’aspetto narrativo si rivela all’altezza proprio grazie al lavoro degli attori, Tecla Insolia e Michele Riondino, capaci di rendere palpabili sullo schermo gli svariati lati dei loro personaggi.
Michele Riondino è un Vivaldi all’antitesi dell’icona musicale, ma un corpo nervoso e insicuro. Accanto a lui, Tecla Insolia è una Cecilia trattenuta ma – o forse, proprio per questo – ammaliante, il cui percorso di consapevolezza passa attraverso la musica che il Maestro compone per farle suonare, che le apre all’impeto che le è sempre stato negato. Un ruolo non poco impegnativo quello della Miglior Attrice protagonista ai David 2025 con l’Arte della Gioia, ma che continua a rivelare un vigore da protagonista da tenere sott’occhio.
Sul piano visivo, Primavera colpisce per l’accuratezza della ricostruzione storica: i costumi di Maria Rita Barbera, la fotografia e l’uso degli spazi dell’Ospedale della Pietà sono essenziali, ma sfruttati a dovere per il mondo in cui non succede mai niente di Cecilia, dove la musica diventa parte integrante della sua vita e quindi della messa in scena. Primavera trova una sua identità nella capacità di fondere l’emozione dei due personaggi con le efficaci interpretazioni dei due protagonisti. Un film sul talento, sacrificio e su un bisogno che mai, mai è stato più necessario che per Cecilia: la libertà.
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