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Backrooms: la recensione del film di Kane Parsons

Lo scorso 27 Maggio è uscito nelle sale italiane Backrooms, film di debutto per il giovane regista Kane Parsons, in arte Kane Pixels, basato sull’omonima creepypasta andata virale su Internet nel 2019 e poi trasformata dallo stesso Parsons in una webserie pubblicata su Youtube dal 2022. Con protagonisti Chiwetel Ejiolfor e Renate Reinsve, il film, prodotto da A24, ha aperto in maniera egregia al box-office italiano e si prospetta come una delle sorprese dell’anno. Di seguito la recensione del film.

Backrooms: la trama del film

In Backrooms seguiamo le vicende di Clark (Chiwetel Ejiolfor). un architetto fallito che lavora come manager in un negozio di mobili che, in seguito alla fine del suo matrimonio, comincia a vedere la psicologa Mary Kline (Renate Reinsve) per tentare di dare una svolta alla propria vita. Una notte Clark, che nel frattempo vive nel negozio di arredamento, nota uno strano sfarfallio delle luci e scende dunque nel seminterrato per controllare il quadro elettrico ma nota uno strano varco nella parete e, attraversandolo, si ritrova nelle backrooms ovvero una distesa apparentemente infinita di stanze vuote illuminate da delle luci al neon che ronzano continuamente. Clark ci ritornerà ogni notte con l’obiettivo di mappare quel mondo parallelo al nostro ma scoprirà presto che in quegli spazi vuoti si nasconde qualcosa di tetro ed inquietante.

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Backrooms: la recensione del film

Debutto alla regia di Kane Parsons, in arte Kane Pixels, Backrooms è un’opera cinematografica che si lega a doppio filo con il mondo di internet e di youtube in particolare. Il giovane regista classe 2005 ha iniziato la propria carriera di videomaker nel 2017 pubblicando vari cortometraggi e acquisendo sempre più fama grazie a dei video incentrati sul fenomeno anime Attack on Titan, salvo poi spostare la propria attenzione sulla produzione di video inerenti alle backrooms, una creepypasta diventata virale nel 2019. Quando A24 decise di voler fare un film su questo fenomeno internettiano prese la saggia e coraggiosa decisione di affidarne la regia proprio a Parsons, rendendolo così il più giovane regista a collaborare con una grande major di Hollywood. Il film, con un budget di 10 milioni di dollari (spiccioli se pensiamo ai tipici stanziamenti hollywoodiani), ad oggi ha incassato quasi 135 milioni di dollari globalmente rendendolo uno dei successi commerciali dell’anno.

Ora, come avevamo detto nella recensione di Obsession, questo successo smisurato deriva da una nuova tendenza che da qualche anno a questa parte ha posto all’attenzione di Hollywood una nuova gamma di filmmaker provenienti direttamente dal mondo di Internet. Parsons, Barker, i fratelli Philippou sembrano destinati a diventare i nuovi autori del cinema horror, capaci di dare freschezza ad un genere in continua evoluzione e che aspettava da tempo l’avvento di registi appartenenti alle nuove generazioni.

Backrooms affronta il tema dell’isolamento e del rifiuto al cambiamento: il protagonista Clark, un ottimo Chiwetel Ejiolfor, è un uomo di mezz’età che sembra essere ormai sconfitto dalla vita con una carriera professionale mai decollata e una vita sentimentale andata in frantumi da un matrimonio fallito che lo costringe a vivere nel salone di mobili di cui è manager; il suo tentativo di dare una sterzata alla propria esistenza andando dalla psicologa Mary naufraga completamente a causa del proprio atteggiamento dedito all’autoconservazione, rigettando le proprie responsabilità sugli altri e additando chi lo circonda come colpevoli della propria situazione. Quando s’imbatte nelle backrooms Clark sembra riconoscersi in esse, d’altronde il film sin dal principio ci rende palese come la solitudine regni sovrana nel mondo del protagonista: nel corso della prima metà del film gli scenari architettonici che circondano il negozio di Clark sono stranamente scevri di qualsiasi presenza umana come il parcheggio sgombro, le strade vuote e la mancanza di clientela nel salone e l’unica compagnia che ha il protagonista sono i due dipendenti Kat e Bobby e, per l’appunto, la psicologa Mary.

Una volta raggiunta questa consapevolezza i concetti metaforici legati al mondo reale e alle backrooms sembrano capovolgersi. Clark non si è mai trovato a suo agio nel mondo reale; le troppe responsabilità, i vizi, le scelte incontrovertibili gravano sulla vita del mancato architetto a tal punto nello sperare di vivere in un mondo libero da tali vincoli. Le persone che abitano le backrooms, entità impersonali create da questo mondo sulla base dei ricordi di chi ci è entrato, rappresentano la compagnia perfetta perché non richiedono sforzo. Esse accettano qualsiasi cosa tu faccia, dica o pensi; in parole povere ti accettano per quello che sei senza indurti ad un miglioramento personale.

Ciò che si consuma nei primi 3/4 di film è un’opera interessantissima, un horror di atmosfera veramente ben fatto e ben dosato con dei picchi altissimi rappresentati da una macro-scena ripresa tramite l’espediente del found footage (scelta che strizza l’occhio a The Blair Witch Project e altre opere mockumentary) che ci offre un resoconto della maestria registica di Parsons che ci dimostra, con i fatti, che almeno tecnicamente il ragazzo ci sappia fare. Ma Backrooms ha un problema ed è legato all’ultimo atto del film, una volta appurato il tema centrale del film l’opera sembra tergiversare cercando di mettere più carne sul fuoco del dovuto. Sale in cattedra il personaggio di Mary (Renate Reinsve sempre ineccepibile) di cui fin qui non abbiamo parlato ma che rappresenta la vera co-protagonista del film. Il film ci mostra il passato di Mary contrassegnato da un genitore mentalmente instabile e la sua quest per costruirsi un futuro stabile. Anche qui il tema della solitudine appare come tema portante difatti, Mary, per quanto sia una professionista stimata e di successo, non sembra amalgamarsi bene con la società che la circonda perché costantemente tartassata dal ricordo di un’infanzia traumatica. Nel momento in cui entra nelle backrooms alla ricerca di Clark che non sente da settimane, la psicologa s’imbatte in un Clark oramai convinto di poter vivere in questo mondo alternativo e deve cercare un modo per salvare la vita del proprio paziente e la sua dalla creatura misteriosa che gli sta dando la caccia. In questa fetta di film il tutto appare troppo frettoloso farcita da spiegoni indesiderati che appesantiscono il film. Ciò non è un difetto enorme ma è segno inconfondibile che ci troviamo davanti ad un’opera prima che non sa bene come dispiegare la fasi narrative più delicate del racconto. Kane Parsons è sicuramente un regista con del potenziale e l’età è dalla sua, inoltre a Backrooms, in veste di produttori, hanno partecipato nomi illustri del genere come Osgood Perkins (Longlegs, The Monkey) e James Wan (cretaore della saga The Conjuring) che sicuramente avranno saputo insegnare al giovane alcuni trucchi del mestiere.

Ciò che rimane è dunque un film affascinante con dei picchi da non sottovalutare e delle interpretazioni che lasciano il segno ma che pecca di continuità narrativa. Nulla che non si possa riparare con l’esperienza sul campo in attesa dei prossimi progetti di uno dei registi più promettenti del momento.

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Jacopo Di Santo
jacopo238disanto@gmail.com

Appassionato di Cinema e Sport, laureando al DAMS all'Università di Bologna e profondo amante e ammiratore di qualsiasi cosa venga ripresa con un carrello laterale.