
01 Set 2025 À pied d’oeuvre, recensione: cosa significa fare lo scrittore oggi?
À pied d’oeuvre di Valérie Donzelli è in concorso alla 82esima Mostra del Cinema di Venezia e porta in scena la vita di uno scrittore e la precarietà di una condizione lavorativa del genere. Attuale, commovente e sincero, Bastien Bouillon è protagonista di una sceneggiatura firmata dalla regista Valérie Donzelli e Gilles Marchand. Direttamente da Venezia 82, ecco la recensione di À pied d’oeuvre, il film di Valérie Donzelli distribuito da Teodora Film.

À pied d’oeuvre: trama del film di Valérie Donzelli
Paul Marquet è stato per anni un fotografo affermato, ammirato e richiesto, fino al momento in cui ha deciso di abbandonare l’obiettivo per dedicarsi alla scrittura. Il suo primo romanzo ha avuto un successo inaspettato, ma restare sulla cresta dell’onda si rivela ben più difficile: ora che è al terzo libro, la storia sembra non soddisfare l’industria. Lui è bravo e talentuoso, ma le storie che scrive non sembrano essere adatte al pubblico.
Determinato a ritagliarsi tutto il tempo necessario, rinuncia a incarichi e comodità, accontentandosi di piccoli lavori manuali che gli permettano di onorare gli obblighi del suo contratto editoriale. Ma il denaro non basta, e lentamente la sua vita si riduce a quella di un “nuovo povero”, sospeso tra precarietà e solitudine.
In bilico tra la disoccupazione e il rischio di perdere anche un tetto sopra la testa, Paul deve affrontare la domanda più dolorosa: riuscirà a mantenere intatti l’amore e il rispetto dei suoi figli, ormai trasferitisi a Montreal con la madre? E soprattutto, troverà la forza e l’ispirazione per portare a compimento il libro che potrebbe restituirgli dignità e futuro?
À pied d’oeuvre: recensione del film di Valérie Donzelli
À pied d’œuvre (titolo internazionale At Work), settimo lungometraggio di Valérie Donzelli, è presentato in concorso a Venezia 82 e arriva sul grande schermo per dimostrare solo una cosa: il cinema può e deve ancora parlare dei problemi della gente comune. Il film non è un semplice esercizio di neo-neorealismo, e nemmeno l’ennesimo racconto sull’artista in crisi alla ricerca di sé. Sarebbe riduttivo, perché Donzelli, adattando l’omonimo memoir di Franck Courtès, crea un’opera che interroga lo spettatore con una domanda secca: è ancora possibile vivere facendo lo scrittore oggi?
Courtès, già fotografo ritrattista e poi scrittore, ha conosciuto una situazione comune a molti: il riconoscimento critico, sì, ma senza il sostegno del pubblico necessario per vivere di scrittura. Così, per sopravvivere, ha dovuto reinventarsi come tuttofare, cercando nel lavoro manuale lo spazio per continuare a scrivere.
Sul grande schermo questa esperienza diventa la vicenda di Paul Marquet (Bastien Bouillon), ex promessa della narrativa francese che a quarantadue anni si ritrova solo: la moglie e i figli si sono trasferiti in Canada, lui si accontenta di un sottoscala e si iscrive a un’app attraverso cui svolge lavoretti dove, per sopravvivere, deve svendersi al ribasso.
Donzelli mette in scena un grande rimosso dell’industria culturale: le contraddizioni di chi lavora nella creazione artistica, schiacciato da un sistema che non garantisce sostentamento.
L’eco del cinema di Ken Loach è evidente: l’odissea quotidiana di Marquet è anche quella di una società europea che sminuisce l’impegno intellettuale, svende la manodopera e confonde il fallimento strutturale del mercato con una presunta vocazione alla decrescita volontaria e masochisticamente appagante. L’ipocrisia è messa a nudo: la povertà, si tende a pensare, appartiene ad altrove; di certo non alla Francia, che pure nasconde nuove forme di miseria, dissimulate da un welfare insufficiente e da una retorica di facciata.
Il film si interroga senza sconti: vale la pena sopravvivere a queste condizioni? Una domanda che diventa ancora più pesante in un settore editoriale, dove finire un testo non significa essere pubblicati, essere pubblicati non significa essere letti, essere letti non significa essere amati, essere amati non significa avere successo, e il successo non offre alcuna promessa di fortuna, afferma Paul.
Bastien Bouillon offre un’interpretazione imponente, incarnando un corpo inadatto alle mansioni a cui è costretto, eppure disposto a sacrificarsi come se si trattasse di un rito di espiazione (Basta che scrivo, dice in un momento di rassegnazione). Paul Marquet è il simbolo di chi deve riscoprire il proprio ruolo di scrittore, di ingranaggio fragile eppure necessario al mondo, e soprattutto di padre: lo dimostra la struggente telefonata finale con il figlio, che chiude il film su una nota di dolore.
In definitiva, À pied d’oeuvre è un film che colpisce per la sua sincerità e per la capacità di raccontare, senza artifici, la fragilità di chi prova a vivere di arte in un mondo che non sembra più avere spazio per l’impegno creativo. Valérie Donzelli firma un’opera necessaria, che parla della realtà senza rinunciare alla speranza. Una storia di precarietà, dignità e resistenza che, pur radicata nella vita di un uomo francese, è condizione contemporanea che affligge chi l’arte la ama e non può farne a meno, a qualunque costo.
★ ★ ★ ½
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