
29 Ago 2025 No other choice, il thriller nero di Park Chan-wook
È finalmente in concorso con il suo Eojjeol suga eopda (No other choice) in questa edizione numero 82 della Mostra del Cinema di Venezia. Park Chan-wook, celebre regista di Oldboy, adatta il romanzo The Ax di Donald E. Westlake dirigendo la parabola oscura di un impiegato che, improvvisamente licenziato, decide di eliminare i possibili concorrenti al successivo posto di lavoro. Lee Byung-hun (Squid Game) è protagonista di un thriller nero e grottesco dalle tinte satiriche. Direttamente da Venezia 82, ecco la recensione di No other choice, il film di Park Chan-wook.

No other choice: la trama del film in concorso a Venezia 82
Man-su, specialista nella produzione di carta con venticinque anni di esperienza, è soddisfatto della vita, trascorre felicemente le sue giornate con la moglie Miri, i due figli e i due cani, finché un giorno viene improvvisamente informato dalla sua azienda di essere stato licenziato.
“Ci dispiace. Non abbiamo altra scelta.”
Sentendosi come se gli avessero reciso la testa con un’ascia, Man-su giura di trovare un nuovo lavoro entro i sucessivi tre mesi per il bene della famiglia. Nonostante la sua ferma determinazione a rimettere in sesto la sua vita, trascorre oltre un anno passando da un colloquio di lavoro all’altro, finendo per lavorare in un negozio al dettaglio. Si ritrova a rischio di perdere quella stessa casa che ha faticato così tanto per comprare.
Disperato, si presenta senza preavviso alla Moon Paper per consegnare il curriculum, ma viene umiliato dal responsabile di linea Sun-chul. Sapendo di essere più qualificato di chiunque altro per lavorare lì, prende una decisione: se non c’è un posto vacante per me, dovrò farmi assumere creandone uno.
No other choice: recensione del film di Park Chan-wook
È in un clima di acque non ancora ben assestate che si inserisce No other choice, il film che porta Park Chan-wook in concorso a Venezia 82 e a arricchire una rosa composta già da autori del calibro di Yorgos Lanthimos, Noah Baumbach e Olivier Assayas.
Se nel secondo giorno abbiamo già avuto il piacere di visionare Bugonia (qui la recensione), No other choice apre una terza giornata di Mostra manifestando la prodigiosità e freschezza di un cinema orientale che vede in autori come Park Chan-wook la giusta chiave per leggere e parodizzare la società contemporanea, creando dei personaggi modello e al contempo unici nelle loro interpretazioni.
Lee Byung-hun interpreta Man-su, un operaio specializzato nella produzione di carta, lavoratore in fabbrica da ben 25 anni. È così che si sente realizzato, con una bella casa, una serra costruita a mano a cui dedicarsi, una bella famiglia e due cani. Improvvisamente, però, viene licenziato. Questo porta la vita di Man-su verso un tracollo non brutto, ma parodico e da omicida.
Lee Byung-hun si avventura ad interpretare il personaggio di un operaio medio borghese con notevole scioltezza, suscitando allo spettatore la giusta inquietudine che portano l’ingenuità del personaggio a momenti alternati di pura satira e di grottesco.
Son Yej-in al suo fianco si rivela una moglie forte e personaggio chiave nell’epilogo: è lei a rompere la parodia dal momento in cui capisce e decide di essere disposta a tutto per un bene superiore.
La bravura di Park Chan-wook è riassumibile già solamente dalla scelta di un tema del genere per il suo film: la precarietà lavorativa che colpisce gli operai, lavoratori manuali, quando devono venire ai conti con il progresso tecnologico. Il film sembra voler suggerire che per risolvere un evidente sorpasso delle “semplici” capacità di Man-su, con la sua laurea in chimica e esperienza lavorativa quasi trentennale, serva un ulteriore sorpasso dei limiti dello stesso per poter giungere al suo obiettivo: è tramite l’uccisione e lo smembramento – atto, infatti, difficile fisicamente e moralmente – che l’operaio deve farsi strada tra i candidati più preparati e affabili di lui.

No other choice: quando la facciata crolla, se ne alza un’altra
Dietro un’evidente disinvoltura con cui Park Chan-wook muove la camera in esterni e interni, ricordando ogni volta il Leone di C’era una volta il west (1968), si dimena un personaggio che non sa più cosa farne della sua vita. Pulito da nove anni da vizi, droga e alcol, con una moglie perfetta che bada alla casa, una figlia prodigio nel violoncello e un apparente adolescente non troppo ribelle, arriva a stravolgere tutto non appena la notizia del licenziamento colpisce lui, insieme ai vari membri della fabbrica.
Dopo venticinque anni e dopo aver costruito una famiglia stabile e una vita “perfetta”, un licenziamento lascia che tutto si riveli per ciò che è: una moglie bisognosa di attenzioni, un figlio che fuma di nascosto e si organizza con l’amico fare un furto e una figlia che si rivela “prodigio”, ma che senza alcun motivo specificato non degna la famiglia di sentirla suonare.
Il film si sviluppa per 139 minuti con un atto centrale assolutamente esilarante: se nei primi minuti allo spettatore basta un abbraccio per mostrare una famiglia unita, con tanto di due cani come ulteriore “prolungamento” filiale (da Ri-one, la figlia, a Ri-two, il cane), basta un montaggio fintamente alternato per portare sin da subito lo spettatore nella testa di Man-su: la facciata è crollata, ora che si fa?
Si rivela quindi come un’intera messa in scena, con un’uccisione dopo l’altra, l’intero piano di Man-su per costruire nuovamente la sua finta vita felice. Ne è la metafora perfetta il melo piantato a metà film: “è sul marcio che crescono le cose belle” e, citando il protagonista, e dietro le risate dello spettatore che Man-su dice la verità su se stesso e quello che gli sta accadendo: sto combattendo una battaglia per la nostra famiglia. Questo come a dire che è necessario per lui fare il “lavoro sporco”, uccidere i candidati e addentrarsi nella giungla per poter realmente competere e uscire vincitore.
In definitiva, No other choice di Park Chan-wook si rivela l’ulteriore gemma che costituisce la incredibile filmografia del regista sudcoreano che ha infiammato il mondo con la sua concezione di vendetta. Ritornando agli omicidi, mette in scena una tecnica mirabile e porta temi attualissimi trattandoli in maniera fresca. Tanto aspettato quanto imprevedibile, il film in concorso a Venezia colpisce e riafferma l’ulteriore spiccatezza del cinema orientale degli ultimi vent’anni. Ci auguriamo, dunque, che il film riceva i premi che merita; d’altronde, la cosa è una sola: non c’è altra scelta.
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