
30 Ago 2025 Orphan, la recensione: un’infanzia tradita dalla verità
Tra memoria e incompiutezza il ritorno di László Nemes a Venezia non brilla come i lavori precedenti.
Dopo Il figlio di Saul, premiato con l’Oscar per il miglior film straniero (internazionale), e Tramonto, vincitore del premio FIPRESCI alla Mostra del cinema di Venezia 2018, László Nemes torna al Lido con Orphan. La pellicola racconta la storia di un bambino alle prese con la propria vicenda familiare e con sé stesso, entrambi riflessi dei tumulti del XX secolo nel cuore dell’Europa. Pur confermando la maestria formale del regista, il film non raggiunge le vette emotive dei suoi titoli precedenti. Orphan si inserisce nella riflessione di Nemes sulla memoria storica, ma fatica a coinvolgere pienamente lo spettatore sul piano narrativo. Ecco la nostra recensione.
Orphan: un viaggio nell’ombra che non trova la luce
Budapest, 1957. Andor, un ragazzo ebreo di 12 anni, vive con la madre Klára, cresciuto con storie idealizzate sul padre defunto. La loro quotidianità viene sconvolta dall’arrivo di un uomo che afferma di essere il vero padre del ragazzo. Andor si trova così a confrontarsi con la verità sulla sua famiglia e con le ambiguità del passato della madre. La vicenda personale del bambino diventa metafora delle cicatrici di un Paese segnato dalla repressione post‑rivoluzionaria, trasformando il racconto in una parabola sulla memoria, sull’identità e sulla difficoltà di fare i conti con la storia personale e collettiva.
Andor, interpretato dal giovane Bojtorján Barábas, è un ragazzo introverso e tormentato. Cresciuto dalla madre Klára con racconti idealizzati sul padre scomparso durante la Seconda Guerra Mondiale, manifesta ribellione e disobbedienza: possiede una pistola, ruba nel negozio della madre e si rifugia in un sotterraneo dove prega per il ritorno del padre. Questi comportamenti sono reazioni alla mancanza di una figura paterna e alla confusione riguardo alla propria identità.
La svolta arriva con l’ingresso in scena di Mihály (Grégory Gadebois), che si presenta come il vero padre del ragazzo. La sua comparsa incrina gli equilibri già fragili, scatenando in Andor rabbia e diffidenza: l’uomo è percepito come una minaccia alla visione idealizzata del passato, un intruso capace di spezzare l’unico legame sicuro rimasto. Il conflitto che ne nasce diventa metafora della lotta tra il bisogno di verità e il desiderio di preservare i ricordi. In questo contrasto, il giovane protagonista appare irrequieto e diviso, incarnazione di un Paese che fatica a trovare stabilità dopo le ferite della guerra e della repressione.
Orphan: la fotografia come vero punto di forza

Il contributo di Mátyás Erdély, direttore della fotografia di Orphan, è il cuore visivo del film. Le immagini, granose e desaturate, racchiuse nel formato 3:4, stringono lo sguardo sul protagonista fino a trasmettere un senso di costante prossimità. Lo spettatore viene immerso in un flusso visivo soffocante, specchio della Budapest post-bellica, dove ogni inquadratura sembra restituire il peso di una memoria lacerata. La regia di Nemes, matura e controllata, sfrutta il punto di vista del bambino per creare un’esperienza sensoriale intensa e quasi claustrofobica, in cui ogni immagine trasmette tensione e fragilità.
Il limite principale di Orphan è invece nella narrazione. La prima parte intrappola il film in un loop senza evoluzione: gli eventi si susseguono senza svilupparsi realmente, rallentando il ritmo con il passar dei minuti. Nella seconda parte ci sono sequenze visivamente potenti, ma lo spettatore fatica comunque ad entrare nel mondo dei personaggi.
Solo Andor viene esplorato a fondo (nel finale), mentre gli altri personaggi restano marginali. Il risultato è la sensazione di un racconto incompiuto che lascia al pubblico il compito di colmare i vuoti e interpretare ciò che resta non detto.
Orphan: un epilogo che lascia l’amaro in bocca
Nemes cerca di concludere il film con un epilogo emotivamente potente, ma il finale risulta affrettato e quasi “americanizzato”, indebolendo il lavoro costruito nelle sequenze precedenti. L’intento di chiudere il cerchio emotivo non si realizza, lasciando il film sospeso tra fascino estetico e debolezza narrativa.
Orphan è un film che divide: visivamente straordinario, formalmente impeccabile e capace di evocare il trauma di un ragazzino cresciuto senza padre ma narrativamente troppo fragile. La fotografia di Erdély incanta, la regia di Nemes dimostra maturità, ma la sceneggiatura manca di incisività lasciando una sensazione di incompiutezza. È un’opera che stimola la riflessione, ma richiede pazienza e attenzione per cogliere le sfumature emotive e storiche. Nonostante le ambizioni del regista, il film resta più bello da vedere che da sentire pienamente.
★ ★ ½



