La Grazia La Grazia recensione

La Grazia è la bellezza del dubbio nel film di Paolo Sorrentino

È La Grazia di Paolo Sorrentino ad aprire la 82esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, riportando in concorso il già Premio Oscar con La grande bellezza (2013), con protagonista Toni Servillo, nei panni di un Capo di Stato afflitto da dilemmi morali ed etici, al momento di dover firmare un disegno di legge sul fine vita. Dall’anteprima mondiale di Venezia 82, ecco La Grazia, recensione del nuovo film di Paolo Sorrentino. Scorri per sapere di più.

Biennale Cinema 2025 | La Grazia di Paolo Sorrentino è il film d'apertura  della Biennale Cinema 2025

La Grazia: trama del film di Paolo Sorrentino

Il film è incentrato sulla figura del presidente Mariano De Santis, il cui mandato sta per scadere. Soprannominato in modo dispregiativo “Cemento armato” per la sua natura intrattabile e il suo approccio troppo attento alla politica, si sente solo nelle sale echeggianti del palazzo presidenziale, piangendo la perdita della moglie. Prima di andare in pensione, De Santis deve prendere una serie di decisioni coraggiose: tra queste, un paio di amnistie e una proposta di legge innovativa, quella dell’eutanasia. Un ironico Servillo protagonista di un tema d’attualità a cui Sorrentino da una risposta concreta.

La Grazia: recensione del film d’apertura di Venezia 82

I corridoi si allungano e i passi si susseguono incessantemente nella visione della nuova opera di Paolo Sorrentino La Grazia, film d’apertura della 82esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia. La filmografia di Sorrentino ha adesso uno scalino in più, un elemento più che maturo, nel contesto di una riflessione tra passato e presente, in particolare tra le strutture sociali e politiche rappresentate in Italia da certi partiti che hanno fatto la storia per la loro vicinanza alla fede cattolica, e le loro convenzioni che sono tanto datate quanto ormai consolidate.

Le forze di cambiamento che, pur cercando di sfidare l’immobilismo del sistema, si scontrano con una realtà solida, quasi inespugnabile: la figura del presidente Mariano De Santis, il cui soprannome Cemento armato dice tutto e allo stesso tempo poco di una persona che, di fatto, conosce poco anche se stessa. Il personaggio interpretato con maestria da Toni Servillo è una metafora perfetta della sua natura inflessibile, incarnando, da un lato, l’indifferenza e la rigidità di chi ha costruito la propria carriera su una visione immutabile del mondo, con ben 2046 pagine di manuale. Dall’altro, l’urgenza di un cambiamento, che, sotto le sembianze della figlia, si fa sempre più necessario.

I corridoi del Quirinale si fanno palcoscenico per un Servillo leggiadro, stoico e ironico al punto giusto.

La trama del film si sviluppa lungo gli interminabili spazi che circondano Mariano De Santis , in cui le folate di progresso hanno necessariamente bisogno di ulteriore tempo per riflettere, così afferma lui. Tempo che però passa senza che lui decida. Rilegge, annota e correge senza però mai firmare. La forza che cerca di abbattere i vecchi principi e introdurre così il disegno di legge sull’eutanasia scuote le certezze del potere tradizionale, infrangendosi però contro un uomo che rappresenta il muro di cemento della politica. “Se non firmo, sono un torturatore. Se firmo, li sto mandando a morte” afferma De Santis trovandosi di fronte alla figlia, promettente giurista, che infuria contro un padre troppo legato al passato.

Sarà una corazza in lenta apertura quella che costituisce il personaggio ottimamente interpretato da Servillo e uno dei migliori mai scritti da Sorrentino, che dispiega nella durata di poco più di due ore una costruzione e una forza tale da renderlo stoicamente sincero, con problemi e angosce che lo hanno reso il pensatore e risoluto fumatore del tetto del Quirinale. Ha affrontato e risolto ben sei crisi di governo, ha il plauso e la lode della gente, ma lui resta ancora lì, alla morte e al tradimento subito dalla moglie 40 anni prima.

Sorrentino dosa con perizia e arguzia il giusto incedere di domande provocatorie, tipiche dei suoi dialoghi. Stavolta, quella che resta più impressa è una frase che è anche la chiave del film: la grazia è la bellezza del dubbio.

La Grazia
La Grazia recensione

La Grazia: asciutto, essenziale e dritto al punto

La Grazia apre un’edizione di Venezia, la numero 82, con aspettative altissime. Ben fatta la scrittura, ottime le interpretazioni e il cast che gioca in casa: Anna Ferzetti, prima volta con Sorrentino, è una Dorotea e figlia del Capo di Stato flemmatica, rigorosa e promettente. Lasciata andare via (letteralmente) forse troppo presto, ma con la sua dovuta forza dietro un personaggio ben recitato.

Milvia Marigliano irrompe sullo schermo senza dare un attimo di tregua alle risate dello spettatore, non senza costruire dei buoni tempi comici, che si sposano incredibilmente con i due amici di gioventù, lei Coco e lui Mariano, nonostante le dovute differenze. E nonostante anche il cemento che lo ricopre, anche quest’ultimo ha non pochi momenti che suscitano ilarità, con degli sguardi di Servillo che guardano in faccia lo spettatore nel momento della risata. È quindi un film gradevole e ben costruito La Grazia di Paolo Sorrentino, nonchè un’ottima apertura per la Mostra.

Dopo un incerto Parthenope, il nuovo film di Sorrentino risulta più che riuscito, essendo nella sua essenzialità un prodotto asciutto, privo di fronzoli e dritto al punto. Mariano De Santis firmerà o no la legge sull’eutanasia? Darà la grazia ai detenuti per omicidio premeditato? E, soprattutto, si lascerà andare alla nuova vita senza rimuginare sulla morte della moglie?

Mariano De Santis è un uomo d’altri tempi con saldi principi. Ma non è stupido. Si accorge anche lui quando il Papa, suo amico, si tratta di una incarnazione fittizia di principi a cui lui si aggrappa per rigorosità politica e morale, ma che ormai cedono. Gli stessi principi che lo hanno reso legato alla moglie nonostante il tradimento subito 40 anni prima, tra poesie stonate e camminate angeliche nella nebbia.

Come si manda avanti quindi, un film con tanto da dare e tanto su cui parlare sulle spalle di un Presidente della Repubblica stanco? Ebbene, nel cinema di Sorrentino non mancano mai simbolismo e ironia, ma qui sono davvero il punto forte del film, nei momenti in cui vuole fare prendere respiro allo spettatore, con battute memorabili davanti a un misero piattino gourmet – “Non è una cena, ma un’ipotesi” – e nei momenti in cui il film deve andare, incredibilmente, a dare una risposta, Sorrentino riesce.

Se rispetto al film precedente l’astrazione e i momenti Sorrentiniani risultano assolutamente meno ricercati, è perché qui il film nasce da una trama ben scritta, approdata poi a dei personaggi con un arco narrativo messo in scena attorialmente e visivamente in maniera perfetta. Daria D’Antonio firma la fotografia, frutto di tantissime intuizioni istintive: sembra non esistere uno stile fisso, ma cambia durante tutto il film, e questo è lodevole.

Quanto al tema dell’eutanasia, già trattato nella passata edizione della Mostra con La stanza accanto di Almodovar (qui la recensione), Sorrentino lo utilizza sicuramente come gancio narrativo per indagare il dilemma morale che genera, acuito dalle richieste di grazia che accompagnano Mariano De Santis e che lasceremo approfondire fino alla fine allo spettatore, una volta in sala.

Tuttavia, è nei battiti finali che Sorrentino prende una decisione ferma sull’argomento: non si tratta di una scelta che oppone in modo netto bene e male, ma piuttosto di riflettere sulla possibilità o meno di un male minore. La domanda che la figlia pone al padre, “Di chi sono i nostri giorni?” non ha sicuramente una risposta semplice. Ma Sorrentino, con maturità e coscienza, la dà così: siamo stanchi dei rituali, la grazia è la bellezza del dubbio.

★ ★ ★ ½

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Dario Vitale
dario28vitale11@gmail.com

Passo il tempo libero guardando film belli. Mi piace anche leggere (pensa un po’!). Ogni tanto suono. Ah sì, sono uno studente di lingua giapponese che tenta di prendere la magistrale.