Recensione film Satoshi Kon Perfect Blue

Perfect Blue: una famelica introspezione all’esordio di Satoshi Kon

Liberamente ispirato all’omonimo romanzo del 1991 di Yoshikazu Takeuchi, Perfect Blue è il primo film del regista ed animatore nipponico Satoshi Kon, distribuito per la prima volta nelle sale italiane dal 22 al 24 aprile 2024 in versione restaurata 4K da Nexo Digital.

Perfect Blue, la recensione: la trama del primo film di Satoshi Kon

La trama dell’opera prima di Satoshi Kon vede protagonista la giovane Mima, idol di successo che decide di abbandonare il trio pop CHAM per lanciarsi nel mondo del cinema come attrice. Come primo ruolo la ragazza partecipa ad una serie tv, ma l’esordio davanti la macchina da presa risulta alquanto fiacco, costringendo il suo agente a trovare un modo per lanciare fin da subito la sua carriera.

La soluzione sembrerebbe quella di girare una scena di stupro, la quale tuttavia inizierà a compromettere le condizioni psicofisiche di Mima. Inoltre, l’ex idol inizia a ricevere minacce e messaggi minatori da parte di uno stalker e scopre che esiste una pagina web, Mima’s Room, che documenta in modo agghiacciante ogni suo passo della giornata. Come se non bastasse, attorno alla ragazza inizia a verificarsi una serie di efferati omicidi, con la condizione psicologica di Mima destinata a crollare in modo irreparabile.

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Perfect Blue, la recensione: la religiosa perdizione del Sol Levante

Una filmografia dal fascino di una stella cadente quella del nipponico Satoshi Kon, fatalmente breve nella sua straordinaria apparizione. Scomparso alla prematura età di 47 anni, il regista ed animatore giapponese con appena 5 film è entrato di diritto tra i nomi più importanti del cinema d’animazione, collezionando opere di grandissimo spessore artistico inesauribile fonte d’ispirazione per molti registi contemporanei di successo.

Il 1997 vede così l’esordio della sua regia con Perfect Blue, un sorprendente thriller-horror psicologico che narra del deterioramento nell’anima della sua giovane protagonista, infliggendo una spietata analisi sulla condizione sociale del suo Paese. Lo stesso anno di Principessa Mononoke di Hayao Miyazaki, arriva infatti un’altra opera violenta, particolarmente cruda (tra i picchi del cinema d’animazione) che, seppur non immergendo il respiro in un materiale fantastico, mantiene uno stile surreale per narrare il reale. La lacerante critica posta sotto i riflettori da Satoshi Kon è dunque quella rivolta all’industria dell’intrattenimento giapponese, nello specifico alla venerazione delle c.d. idol.

Questa è un’icona infatti molto importante e popolare nella cultura del Sol Levante, che farebbe riferimento ad adolescenti di talento buttate in pasto al mondo dello spettacolo principalmente per il loro fascino e l’attrazione fisica, capaci di smuovere le masse dei propri fan. Si tratta di un fenomeno apparso circa all’inizio degli anni ’70, il quale ha conosciuto sì una rapida ascesa, ma anche evidenti e preoccupanti ombre per quanto riguarda il modo in cui questi personaggi dello spettacolo vengono trattati da ambo le parti. La prima è quella appunto dell’industria musicale e dell’intrattenimento in generale, che costringe e spinge all’estremo giovani ragazze per estrarre in poco tempo tutto il loro potenziale.

La figura delle idol viene così selvaggiamente oggettificata, venendo infatti sostituita da un’altra similare e più giovane una volta che avranno terminato il loro periodo di fama. Una cultura (?), quella delle idol, all’apparenza e nella sostanza maschilista che viene ricondotta direttamente alla tradizione nipponica, in particolare le pratiche religiose ricondotte allo Shintoismo per le quali le idol devono rappresentare l’impersonificazione della perfezione. Ma se l’offerta è in quest’equazione sporca ed immorale, non da meno è la parte della domanda. In un vortice ghigliottinante tra causa ed effetto, l’industria dello spettacolo sfrutta le idol quali oggetti del successo poiché appunto la massa di fan che segue le loro imprese è sempre in continuo aumento.

Gli “idol otaku” si mostrano così dei veri e propri cheerleaders a sostegno dei propri “idoli” appunto, sebbene sia la morbosità del controllo sugli stessi a prendere spesso il sopravvento. Tornando infatti al concetto dello Shintoismo, qualora una ragazza idol dovesse infangare la propria immagine (una relazione, uno scandalo di qualche tipo) questa dovrà attraversare un periodo di “purificazione” per tornare nel mondo dello spettacolo, venendo punita o semplicemente chiedendo scusa ai propri fan. Ma c’è di più. Sono infatti numerosi gli otaku che hanno manifestato delle vere e proprie ossessioni verso le rispettive idol, spesso con risultati morbosi e criminali. Storico il caso di Tsutomu Miyazaki, chiamato dalla stampa il “serial killer otaku” che si è reso protagonista del selvaggio omicidio di 4 ragazze, praticando addirittura atti di cannibalismo.

Perfect Blue di Satoshi Kon si immerge – finendo per perdere il fiato – in questa condizione sociale deflagrante, portando sullo schermo un racconto fortemente drammatico e violento che attinge dalla cultura dell’oggettificazione delle idol, della creazione ed alimentazione del loro vittimismo e dell’esagerata condizione dei loro fan che non conoscono il giusto limite della loro sfera d’azione.

Perfect Blue, la recensione: i vip dei social prima dei social

Io… non riesco più a capire chi sono.

Senza ovviamente fare di tutta l’erba un fascio, il primo film di Kon non pone le basi “solo” di una cattiva denuncia al sistema socio-culturale giapponese, ma si mostra particolarmente premonitore sotto il discorso del massacro identitario in generale. Perfect Blue non è infatti il primo a trattare il tema, ma l’opera del regista colpisce particolarmente proprio per la viscerale analisi psicologica del suo racconto, raggiungendo corde purtroppo innate dell’essere umano ed arrivando a narrare di personaggi dello spettacolo al tempo dei social prima dei social.

L’instabilità mentale ed il doppelgenger si prestano, infatti, alla perfezione per far immergere lo spettatore nella crisi identitaria apparsa e fortificata con le nuove tecnologie globalizzate. Crisi dell’Io ed avatar, reale e multimediale, sostenitori e tossica fanbase, in un gioco di specchi rotti Perfect Blue fa perdere alla propria protagonista ogni punto di riferimento, dove una realtà si sovrappone all’altra in un gioco perverso senza fine. L’immensa opera di Kon anticipa così in modo agghiacciante i tempi dei celeberrimi “leoni da tastiera”, con esseri umani dati in pasto allo sciacallaggio dello star system e dell’invasione dei media.

Una visione squisitamente postmoderna che fa i conti con la crisi identitaria non solo della sua protagonista, ma anche del Paese stesso, allargandone oggi – quasi 30 anni dopo – il raggio d’azione al modo scellerato e pericoloso che nell’indefinibile Rete si fa delle affilate parole ed immagini.

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Perfect Blue, la recensione: un anime dai vetri rotti ed affilati

Non a caso si usa il termine “postmoderno” per aggiungere un’ulteriore ed affascinante caratteristica alla memorabile opera prima di Satoshi Kon, la quale fa i conti con il grande cinema e gioca con lo spettatore attraverso i suoi continui e destabilizzanti cambi di passo, nel tempo e nello spazio. Per narrare il realismo della condizione socio-culturale, il regista sfrutta le ansie e le paranoie di un cinema caro a Lynch, a Bergman e ad altri illustri esponenti del surrealismo che, a suo tempo, farà la fortuna di altri successivi autori di spicco come ad esempio Christopher Nolan e Darren Aronosky.

Una lucida confusione narrativa che viene restituita brillantemente su schermo soprattutto attraverso un’impeccabile lavoro nel montaggio di Harutoshi Ogata, che destruttura il racconto in frammenti di vetro pronti a rispecchiare una verità pronta a mutare in corso d’opera. Perfect Blue contribuisce così in modo sublime a stravolgere il modo in cui debba essere concepito il cinema d’animazione, non solo appunto attraverso il suo puntuale montaggio ma anche grazie al racconto filmico costruito dal dinamismo dello stile di ripresa di Kon.

Ribaltando continuamente la percezione dello spettatore, il regista fa suoi gli insegnamenti di autori come Argento e soprattutto Hitchcock per dare vita ad una visione asfissiante dove la palpabile suspense la fa da padrona. Perfect Blue imposta dunque una critica socio-culturale viscerale attraverso un racconto ricco di tensione e che gode di un comparto tecnico allucinante, di cui fa parte ovviamente anche il tratto grafico dello stesso animatore nipponico. Satoshi Kon realizza infatti completamente a mano la sua personale ed artistica idea di cinema, che sfrutta potentissime immagini che mostrano una visione mai edulcorata, coraggiosa e decisamente violenta, non solo fisicamente per l’abbondanza di sangue ed altre sequenze agghiaccianti, ma anche e soprattutto psicologica, con la scena dello stupro sul set che diventa un memorabile esempio in tal senso.

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Vittorio Pigini
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Laureato in Giurisprudenza, diplomato in Amministrazione Finanza e Marketing, ma decisamente un Hobbit mancato. Orgogliosamente nerd e da sempre appassionato del mondo del cinema, con il catartico piacere per la scrittura e studioso della Settima Arte da autodidatta.

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