
22 Gen 2026 28 Anni Dopo – Il Tempio delle Ossa: la recensione del film di Nia DaCosta
Lo scorso giugno, dopo un’attesa quasi ventennale, è uscito il terzo capitolo della saga 28 Giorni Dopo con Danny Boyle e Alex Garland ritornati al timone del progetto dopo il successo del primo film del 2002. 28 Anni Dopo ci mostrava lo scenario post-apocalittico a distanza di quasi 30 anni dal primo film con comunità di sopravvissuti arroccati in isole lontane dalla terra ferma, territorio degli infetti. Girato in contemporanea col primo capitolo questo 28 Anni Dopo – Il Tempio delle Ossa vede Ralph Fiennes, Alfie Williams e Jack O’Connell riprendere i propri ruoli dal film precedente e vede Nia DaCosta (The Marvels, Candyman, Hedda) prendere il testimone da Danny Boyle alla regia mentre la sceneggiatura rimane a carico di Garland. Di seguito la recensione del film uscito nelle sale nostrane lo scorso 15 Gennaio.
28 Anni Dopo – Il Tempio delle Ossa: la trama del film
In 28 Anni Dopo – Il Tempio delle Ossa la storia riprende direttamente dalla fine del predecessore con Spike (Alfie Williams) che incontra il gruppo schizoide capitanato da Ser Jimmy Crystal (Jack O’Connell); incontro destinato a prendere una piega da incubo senza via di scampo. Nel frattempo il dottor Ian Kelson (Ralph Fiennes) dedica il suo tempo allo studio dell’Alfa Samson, scoprendo nuove verità sulla natura del virus capaci di cambiare il destino del mondo.

28 Anni Dopo – Il Tempio delle Ossa: la recensione
28 Anni Dopo proponeva un racconto basilare: la crescita personale di un ragazzino di tredici anni nato in un contesto orrorifico in cui doveva difendersi sia dalla minaccia degli infetti che popolano il mondo in cui vive sia dalla propria comunità, capitanata dalla figura del padre, volta al protezionismo delle proprie risorse e delle proprie malate tradizioni. La fuga che Spike compie nel primo film per cercare aiuto medico per la madre malata offriva a noi pubblico un commovente viaggio alla riscoperta di un’umanità che le nuove generazioni devono compiere per rimediare agli orrori dei propri padri, alla riscoperta della coesione tra uomini e di ciò che si cela oltre le barriere autoimposte da confini fisici e psicologici prefabbricati.
In 28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa il discorso socio-politico viene messo apparentemente in stand-by per immergerci in una narrazione più action e visivamente d’impatto dove a farla da padrone sono le interpretazioni di Ralph Fiennes e Jack O’Connell, giganti nel caratterizzare al meglio due personaggi profondamente affascinanti per la loro natura diametralmente opposta. Il dottore Ian Kelson di Fiennes rappresenta il valore della conoscenza e della forza empatica che tale virtù può esercitare sugli altri: il rapporto che si crea tra il dottore e l’Alfa degli infetti Samson è il risultato di una fiducia incrollabile nel prossimo e nella scienza che si contrappone al personaggio di Ser Jimmy Crystal, vittima da bambino del trauma di aver assistito allo sterminio della propria famiglia da parte degli infetti e che vede come unica fonte di sopravvivenza la sopraffazione sugli altri utilizzando la paura e la violenza più efferata grazie anche ai suoi fidati sgherri, involucri vuoti che manipola come gli pare e piace millantando apparenti discendenze col demonio. Qui ritorna fortemente il discorso socio-politico, Nia DaCosta e Alex Garland nella caratterizzazione del personaggio di O’Connell sembrano volerci indicare gli strumenti attraverso il quale riconoscere l’inettitudine di quegli uomini inebriatisi del potere loro concesso e della loro malata e spasmodica ricerca di conservarlo.
A parte la digressione puramente contenutistica, il film offre ottimi spunti anche dal lato formale. La tecnica registica di DaCosta esalta le sequenze cardine dell’opera con l’apoteosi della scena del “concerto” con protagonista l’indemoniato Ralph Fiennes ma a livello narrativo soffre in alcuni punti di un ritmo non sempre calibrato vittima di un montaggio alternato tra le due macro-sezioni narrative, ovvero il viaggio di Spike nelle fila del gruppo di Ser Jimmy Crystal e il rapporto Kelson-Samson, che appesantiscono una prima parte che sembra essere un lungo preambolo per l’interessantissima seconda parte che, francamente, vale tutto il film.
★ ★ ★
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