Diya recensione film

Diya: la storia di una falsa giustizia

Dopo essere stato presentato al Toronto International Film Festival, arriva a Torino il primo film scritto e diretto da Achille Ronaimou. Ecco la recensione di Diya, in Concorso al Torino Film Festival 2025.

Diya, la trama del film di Achille Ronaimou al 43TFF

Direttamente dal Ciad, Diya è il primo film di finzione scritto e diretto dal regista Achille Ronaimou, già autore di alcuni documentari e cortometraggi di forte impegno sociale. Ecco la sinossi ufficiale del film in Concorso al 43TFF:

Dane, autista per una ONG umanitaria a N’Djamena, conduce una vita serena accanto alla giovane moglie Delphine, incinta di otto mesi, fino a quando un attimo di distrazione – un cellulare che squilla al momento sbagliato, un bambino che attraversa la strada troppo in fretta – cambia tutto.

All’ospedale, tra confusione e apprensioni, la tragedia si compie: il ragazzo è morto. La famiglia del defunto reclama un risarcimento, invocando la Diya, il prezzo del sangue. La ricerca di Dane per saldare questo debito lo condurrà nel vasto deserto del nord del Ciad, dove, tra silenzi e paesaggi sconfinati, affronterà le conseguenze irreversibili del suo gesto.

Poster film Diya

Diya, la recensione: Legge del Taglione e Legge della Giungla

Il significato dell’espressione “diya” sarebbe da ricondurre alla più antica delle leggi, a quella del Taglione, con il proverbiale occhio per occhio e dente per dente. Un prezzo da pagare dunque per ottenere il “giusto” risarcimento, che diventa il pretesto perfetto per raccontare su schermo la complessità del concetto di giustizia privata.

Quello che scatena l’intero plot del film è infatti “un semplice incidente” che, ambientato in un determinato contesto socio-culturale, si trasforma in qualcosa di molto più stratificato. Di legge del Taglione si parlava infatti, ed ecco imbattersi sul protagonista una lotta contro il tempo, cercando di rimediare ad un’imprudenza costata (forse) la vita.

Non basta dunque essersi preso la colpa, aver partecipato attivamente al soccorso né aver perso il lavoro ed essersi preso carico del rimborso, ma la ghigliottina dietro l’angolo deve essere soddisfatta. La legge (data dalla tradizione espressamente obsoleta ma comunque rispettata) è d’accordo e Dane ha poco tempo per rimediare una cifra che non ha, spingendosi anche a gesti estremi.

Da questo punto di vista Diya mette in risalto la difficoltà di una società abbandonata al passato della tradizione, inconcepibile con la “evoluta” modernità, trasformando un brav’uomo in un criminale pur di sopravvivere. Legge del Taglione e Legge della Giungla, nonostante il film sia poco orientato a spingere su questo spigolo aspetto. Diya “gioca” infatti davvero troppo poco con tutti i generi a disposizione.

Il thriller della corsa contro il tempo non riesce mai a far percepire la sua pericolosità, avvertendo l’avvicinarsi di una resa dei conti che mai ci sarà. Si aggiunga a questo il pessimo utilizzo del rivelatore e determinante plot-twist, più volte suggerito durante la visione. Spunti drammatici sarebbero presenti ad oltranza, eppure Diya rimane ingiustificatamente piatto anche dal punto di vista emotivo.

Senza considerare come, per il tema della giustizia, l’aridità dell’ambientazione ed altro, il film si presterebbe anche a stilemi western, mai ovviamente sviluppati. Da ultimo il film prova anche la carta dell’action, con una scena d’assalto troncata prima di nascere.

Per Diya resta tuttavia inevitabilmente da riconoscere una storia interessante, su carta, messa in scena in modo sublime. Come dichiarato dallo stesso regista, il film è un “racconto di geografia”, riuscendo ottimamente ad esaltare cultura ed ambientazione attraverso una splendida fotografia soprattutto nei chiaroscuri. Efficace anche il cast guidato dall’ottimo protagonista Ferdinand Mbaïssané, per un film dagli ottimi presupposti ma ingiustificatamente scarico.

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Vittorio Pigini
v.pigini3@studenti.unimc.it

Laureato in Giurisprudenza, diplomato in Amministrazione Finanza e Marketing, ma decisamente un Hobbit mancato. Orgogliosamente nerd e da sempre appassionato al mondo cinematografico, con il catartico piacere per la scrittura. Studioso della Settima Arte da autodidatta, con dedizione e soprattutto passione che mi hanno portato a scrivere di cinema e ad avvicinarmi alla regia.