
28 Nov 2025 Slanted: recensione del film di Amy Wang
Presentato in Concorso Lungometraggi al 43° Torino Film Festival, Slanted segna il debutto cinematografico della regista e sceneggiatrice cinese-australiana Amy Wang. Dopo essersi distinta con il cortometraggio Unnatural, vincitore del Gold Young Director Award ai Cannes Lions, Amy Wang affronta un lavoro di analisi post-colonialiale e sulla condizione di razza in appena 102 minuti. Con un cast prettamente femminile e di alto livello che include Shirley Chen, Mckenna Grace ed Elaine Hendrix, il film porta all’estremo le dinamiche dell’assimilazione forzata attraverso una metafora body horror che fa l’occhiolino al recente boom di The Substance.
Direttamente dal Torino Film Festival 2025, ecco la recensione di Slanted, il film di Amy Wang.

Slanted: trama del film di Amy Wang
Nella provincia del sud degli Stati Uniti, Joan Huang è una bambina sino-americana che affronta quotidianamente il razzismo della società che la circonda. Derisa per i vestiti che indossa e il cibo che porta a scuola, Joan cresce con il peso costante di sentirsi diversa, inadeguata, fuori posto.
Diventata adolescente, Joan coltiva un sogno che per lei rappresenta l’accettazione definitiva: essere eletta reginetta del ballo della scuola. Per inseguire questo obiettivo, è disposta a tutto: ignora le aspettative della famiglia e si avvicina progressivamente ad un’idea estrema di “donna bianca americana”.
Manipolata dalla rivale Olivia, Joan compie un passo irreversibile: si sottopone a un intervento chirurgico sperimentale per modificare i propri tratti somatici e apparire bianca. Nella sua mente, questa trasformazione fisica rappresenta la chiave per ottenere finalmente l’accettazione tanto desiderata dai suoi coetanei e per integrarsi in una società che l’ha sempre respinta.
Slanted: recensione del film d’esordio di Amy Wang
È così bello essere bianchi!
Esiste una violenza sistemica che non ha bisogno di alzare la voce per farsi sentire. È quella che sussurra all’orecchio di chi è considerato non bianco, e che la sua esistenza è un problema da risolvere. Slanted, opera prima di Amy Wang presentata in Concorso al 43° Torino Film Festival, si inserisce con fermezza in questo discorso, trasformando il corpo di una ragazza sino-americana in un campo di battaglia dove si combatte una guerra mai davvero conclusa.
Nell’America contemporanea della forte deriva anti-identitaria, bisogna adeguarsi all’immagine dominante. Frantz Fanon, in Pelle nera, maschere bianche, aveva già identificato questo meccanismo devastante: il colonizzato interiorizza lo sguardo del colonizzatore fino a desiderare la propria cancellazione.
Il nero non è un uomo, perché il sistema coloniale lo riduce a oggetto da classificare, normalizzare, correggere. Joan Huang, la protagonista, sogna fin da bambina di diventare la reginetta del ballo della scuola, vedersi finalmente riconosciuta come americana vera.
Amy Wang traduce questa violenza epistemica in una metafora estrema ma dolorosamente efficace. Il razzismo non è più una questione da affrontare politicamente, ma è piuttosto una cosa da affrontare dal punto di vista dei tratti somatici. Quando sul cellulare di Joan iniziano ad arrivare misteriosi messaggi da Ethnos, un’oscura società che propone un progetto sperimentale di crescita cellulare in grado di manipolare la pigmentazione, siamo di fronte alla perfetta realizzazione del biopotere foucaultiano: il capitalismo che mercifica persino la possibilità di sfuggire al razzismo, trasformando l’oppressione in business.
Ciò che rende Slanted un’opera meritevole di attenzione è proprio la capacità di Amy Wang di maneggiare tutto ciò con una regia già sorprendentemente sicura per un esordio. La regista cinese-australiana dimostra una padronanza notevole nel catturare i volti e nel soffermarsi sui loro dettagli. Quando la macchina da presa si avvicina al viso di Joan bambina, derisa per il cibo che mangia, non abbiamo bisogno di lunghe spiegazioni: è tutto lì.
L’estetica patinata è quindi quella del sogno americano: la Barbie priva di imperfezioni, impreziosita da un filtro Snapchat da appiccicarsi sulla faccia. La fotografia di Ed Wu, con il montaggio di Ryan Chan, creano un contrasto stridente tra il prima e il dopo la trasformazione di Joan, giocando con i codici estetici della pubblicità e del body horror per mostrare come entrambi, paradossalmente, appartengano allo stesso sistema di oppressione.
Il cambio da Shirley Chen a Mckenna Grace è il momento in cui si materializza il concetto di alienazione: non vediamo più Joan con un aspetto diverso; vediamo letteralmente un’altra persona, costringendo lo spettatore a sperimentare lo stesso spaesamento della protagonista e di chi le sta intorno.
La sceneggiatura, scritta dalla stessa Wang, fa scelte narrative deliberatamente aperte. La pelle di Joan inizia materialmente a desquamarsi, a collassare, come una pellicola protettiva dal razzismo che non ha attecchito abbastanza. Questa soluzione body horror richiama inevitabilmente The Substance e altri film del filone, ma sarebbe riduttivo fermarsi al paragone formale. Wang riesce a trovare il corpo, quello razzializzato, una ribellione alla cancellazione.
Siamo chiari nel dire che Wang non sta reinventando la ruota, ma usando strumenti noti per raccontare una storia che merita di essere ascoltata. I riferimenti a Get Out di Jordan Peele dimostra già una certa maturità cinematografica rara in un esordio.
La mestiza consciousness è quella capacità di chi vive tra due culture senza appartenere pienamente a nessuna: Joan non solo vive ciò, ma nel suo nucleo intimo ha una madre che cerca ancora di avvicinarla alle loro radici, mentre il resto delle persone cerca di omologarla alla bianchezza.
Slanted non è un film perfetto, la struttura narrativa poteva essere più orientata in alcuni punti, e alcuni sviluppi meritavano maggiore chiarezza. Ma sono difetti veniali in un’opera prima che dimostra una comprensione profonda tanto del mezzo cinematografico quanto delle questioni che affronta.
È così bello essere bianchi, recita la canzone promozionale del programma Ethnos, attraverso cui Joan diventa poi Jo; ma è bello almeno fino a quando non si scopre il nostro segreto, di essere rifatti, nati cancellando fin dall’alba dei tempi i volti degli altri: iconica l’entrata in casa benestante, sui cui muri è tappezzato di quadri di indiani d’America.
In definitiva, Slanted di Amy Wang merita assolutamente attenzione: un esordio, per quanto imperfetto, che decostruisce le narrazioni convenzionali a cui siamo ormai troppo, troppo abituati.
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