Recensione film William Oldroyd Eileen

Eileen: il groppo resta in gola e soffoca

Presentato al Sundance Film Festival del 2023, il 30 maggio esce nelle sale italiane Eileen, thriller psicologico diretto da William Oldroyd con protagonista una coppia di grandi attrici.

Eileen, la trama del film con Thomasin McKenzie e Anne Hathaway

Tratto dall’omonimo romanzo del 2015 di Ottessa Moshfegh, co-sceneggiatrice anche del film, Eileen è ambientato nel New England degli anni ’60 e vede protagonista la giovane donna che da titolo al film. Orfana di madre, questa conduce una vita miserevole, badando ed in balia dell’autoritario padre alcolista e lavorando come segretaria in un carcere minorile.

Un giorno, tuttavia, alla struttura arriva la nuova psicologa Rebecca, con carattere e personalità completamente opposti a quelli di Eileen la quale ne rimane infatti da subito affascinata. Nella vita della giovane entra così un po’ di sano colore e vivacità, ma ciò costituirà solo la scintilla finale per raggiungere il fondo.

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Con il film del 2023, il regista inglese torna dietro la macchina da presa ben 7 anni dopo il suo primo film Lady Macbeth, che vede quest’ultimo protagonista Florence Pugh e che con Eileen condivide più di qualche elemento tanto tematico quanto estetico-stilistico. Senza infatti doversi addentrare da questo punto di vista, il film del 2015 veniva ambientato nel 1865 nelle campagne inglesi vedendo protagonista una giovane donna, Catherine, costretta a reprimere la sua natura ed i suoi istinti per rispettare il suo nuovo rango e le derivate condizioni sociali.

Oldroyd esegue così uno spiccato parallelismo con la condizione della donna in un New England di 100 anni dopo, vedendo questa volta una nuova e giovane protagonista, Eileen, comunque sottomessa dalle condizioni sociali e schiacciata da una generazione. Il film viene ambientato durante il periodo natalizio, da un lato per evidenziare il contrasto di come la protagonista non conosca mai affetto ed amore in un momento in cui dovrebbero essere quasi scontati, dall’altro lato per cercare di “raffreddare” in un modo o nell’altro gli stessi impulsi provati dalla ragazza.

Ad Eileen non fa infatti differenza lavorare in un carcere minorile, il tempo passa veloce senza nemmeno pensarci, perché anche fuori dalla struttura si ritrova in una nuova cella, quella della prigione di una società anaffettiva e mentalmente ancora spiccatamente patriarcale. Ma gli anni ’60 dei continui moti rivoluzionari portano la ragazza ad evadere anche solo nella sua mente dove, nella sua condizione castrata e continuamente compressa, può trovare libero sfogo alla sua fantasia in pensieri di “evasione”, siano essi sessuali o proprio nella ricerca di libertà, con l’omicidio ed il suicidio che sono dietro l’angolo.

Il film di Oldroyd farebbe dunque perno sul suo personaggio protagonista per raccontare una storia di emancipazione (femminile) che contrasta fortemente con le continue ed insensate catene imposte da una società ipocrita, evitando che si comprima talmente tanto da far saltare il tappo e far partire il colpo. Il regista mette così in scena il suo thriller psicologico, dai tratti erotici e sentimentali, riprendendo anche molto del cinema hitchcockiano per quanto riguarda soprattutto le modalità dello sviluppo narrativo, nonché un certo rimando al tema del doppio e dell’impersonificazione a specchio del Persona di Bergman.

Purtroppo, forse l’unico vero e grande problema di un film come Eileen è costituito dal suo atto conclusivo, incapace di tirare fuori dal fuoco gli ottimi presupposti narrativi e tematici presentati, finendo per far bruciare il tutto. Proprio gli ultimi minuti della visione risultano infatti fatalmente inconcludenti, raffazzonati, frettolosi e superficiali, non riuscendo ad arrivare al punto di una questione sociale rimasta fortemente in sospeso, al rapporto padre-figlia lasciato pericolosamente ambiguo, a quello relazionale (e di conseguenza anche la sua legata parte crime) che fa sorgere solo scomodi punti interrogativi.

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Come per la macchina difettosa guidata al freddo dalla protagonista, Eileen rimane dunque purtroppo fatalmente appeso alla sua scrittura nello sviluppo narrativo, tanto fumo e poco-niente arrosto. L’amaro in bocca resta, soprattutto considerando i bei meriti del film per quanto riguarda il suo comparto tecnico e recitativo.

Sempre funzionale la scelta di relegare, visivamente, la condizione opprimente vissuta dalla protagonista al 4:3, con un’impostazione foto-scenografia particolarmente fredda ed opaca in uno stile visivo che intende ricordare quello del cinema anni ’60-’70 (ad esempio nei titoli di testa e di coda). Una messa in scena poi spiccatamente teatrale, dove ad essere esaltate sono principalmente la geometria all’interno degli spazi chiusi e la recitazione in primo piano di due attrici protagoniste di gran classe.

Il giovane talento della neozelandese Thomasin McKenzie si è ormai imposto da qualche tempo come tra le migliori della sua generazione, grazie a prove in film come Jojo Rabbit e Ultima notte a Soho. La sua incarnazione di Eileen convince per il fine ultimo del personaggio stesso, ovvero quello di cercare di liberare la sua condizione da giovane donna in gabbia. Fragile, impacciata, emarginata e succube della figura paterna, la giovane donna si pone ottimamente in contrasto con la Rebecca del premio Oscar Anne Hathaway, che sicuramente non ha bisogno di troppe presentazioni. Forte, sicura di sé, carismatica ed ammaliante, il suo personaggio si presenta proverbialmente in rosso, non a caso il colore della passione, con la sua automobile ed il suo soprabito che spiccano fortemente sulla pastellata scenografia.

A colpire poi nel segno è anche il plot twist offerto dal regista, che si va ad aggiungere ad altre intuizioni immaginifiche e che va a stravolgere il tutto, non solo per il comparto sonoro e fotografico che diventano più conturbanti ed oscuri, ma anche per quanto riguarda il ribaltamento dei ruoli in gioco. Come appunto accennato, anche le sequenze più prettamente oniriche sono ben eseguite, riuscendo a scioccare ed impressionare positivamente lo spettatore con immagini forti costruite con grande naturalezza e che riescono a dovere a mischiarsi con la realtà.

Insomma Eileen, in conclusione, è un film sicuramente ben realizzato tecnicamente e che gode della bella prova delle sue ottime protagoniste; tuttavia, tutti i punti di interesse messi sul tavolo dalla sceneggiatura di Luke Goebel e Ottessa Moshfegh restano fatalmente bloccati in gola, facendo perdere in pochi minuti tutto (o quasi) il fascino tematico ed estetico creato dal nuovo film di William Oldroyd.

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Vittorio Pigini
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Laureato in Giurisprudenza, diplomato in Amministrazione Finanza e Marketing, ma decisamente un Hobbit mancato. Orgogliosamente nerd e da sempre appassionato del mondo del cinema, con il catartico piacere per la scrittura e studioso della Settima Arte da autodidatta.

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