
23 Nov 2025 Highest 2 Lowest: un disco rotto
Dopo essere stato presentato in anteprima al Festival di Cannes, il nuovo film di Spike Lee arriva anche al Torino Film Festival 2025. Ecco la recensione di Highest 2 Lowest con protagonista Denzel Washington.
Highest 2 Lowest, la trama del film con Denzel Washington
Successivamente a Da 5 Bloods del 2020, il premio Oscar Spike Lee torna dietro la macchina da presa con Highest 2 Lowest, a più di 40 anni dal suo debutto in regia. Dopo Oldboy del 2013, il regista Fa’ la cosa giusta continua a guardare ad Oriente, portando un remake del film di Akira Kurosawa Anatomia di un rapimento del 1963 (titolo in inglese High and Low), ed ecco la sua sinossi ufficiale:
David King è un potente produttore musicale di New York. Deciso a riacquistare la maggioranza delle azioni della sua etichetta per riassumerne il controllo, nel giorno in cui deve chiudere l’affare riceve una telefonata anonima: suo figlio Trey è stato rapito e il riscatto richiesto è enorme. Presto, però, si scopre che il rapitore ha sbagliato bersaglio e invece di Trey ha rapito il suo amico Kyle, figlio dell’autista Paul. King inizialmente è riluttante a intervenire per il ragazzo, finché le pressioni, l’affetto per la vera vittima e le conseguenze per la sua reputazione lo spingono a cercare una soluzione.

Highest 2 Lowest, la recensione: un aggiornamento mancato
I need a theme.
Non è la prima volta che Spike Lee si cimenta nell’operazione di rivisitare un’opera altrui e lontana. Ormai più di 10 anni fa fu infatti il tempo dell’Oldboy con protagonista Josh Brolin, uno dei pochi casi in cui la cultura afroamericana non è al centro di un lavoro del regista di Malcom X
Quello del film del 2013 resta infatti ancora oggi un caso emblematico che, seppur non l’unico “anomalo” nella filmografia del regista, sta ancora cercando la sua identità. Ecco allora che Spike Lee torna a guardare ad Oriente, in particolare ad uno dei suoi maestri, l’imperatore Akira Kurosawa. Anatomia di un rapimento del 1963 è infatti uno dei titoli più celebri in Occidente del grande maestro di Rashomon e Vivere, con Highest 2 Lowest che, a differenza di Oldboy, presenta la sua identità già dal titolo.
Il senso stesso, di un remake, sta proprio nell’arrivare a plasmare un’opera altrui secondo sguardo e personalità del nuovo autore di riferimento, portando in questo caso Kurosawa a New York. Il protagonista del film, infatti, si ritrova anche qui alle prese con un dilemma morale, facendo echeggiare (guarda un po’) il consiglio di Fare la cosa giusta. Stay black!
La ricerca di empatia, in una circostanza astratta ed universale, arriva ad abbracciare la solidarietà di pelle, con quel Black Power che non può che unificarsi sotto il linguaggio musicale. David è il King dell’industria discografica, o meglio lo era, incapace di restare a passo con i tempi sempre più sfuggevoli. Un Re e padre di famiglia ferito che predica bene e razzola male, additando quella temuta IA che compone musica senza anima, per poi riconoscere di aver perso da troppo tempo lo spirito per cercare nuova vera musica.
Ma da questo punto di vista, più che gli altri, Highest 2 Lowest non riesce mai a sferrare il colpo decisivo, per un film che perde di vista i suoi aggiornamenti e finendo con una versione obsoleta di sé stesso. Il flow inconfondibile di Spike Lee accompagna l’intera visione (con più di qualche minuto di troppo), ma la playlist scelta è quella giusta?
Non si fa solo ed esclusivamente riferimento alla colonna sonora di Howard Drossin (che torna a collaborare con il regista dopo Miracolo a Sant’Anna del 2008), dal fuorviante stampo insolitamente classico, quanto per il “ritmo” dell’intero percorso audiovisivo. Per un film che, infatti, parla prevalentemente di e con linguaggio musicale, non indovinare questo aspetto non può che rappresentare un fardello pesante.
Highest 2 Lowest riesce raramente ad emozionare per la storia dei suoi personaggi, oltre che nei rimbalzi e cambi di passo al tono più umoristico e dinamico. Il momento sicuramente più intrigante del film arriva alla resa dei conti tra un “paterno” David ed il giovane criminale assunto come sua nemesi. Un momento infatti geniale per costruzione scenica, ma soprattutto – e tornando al già citato – privo di accompagnamento musicale, lasciando che sia un improvvisato scontro di rime e strofe ad incantare lo spettatore fino al bang.
Troppo poco comunque per poter rilanciare un film, arrivato anche con qualche difficoltà, al suo capitolo conclusivo. Dulcis in fundo, uno scontato plauso è rivolto al 2 volte premio Oscar Denzel Washington. L’ulteriore conferma del talento del King (Kong), dalla semplicità disarmante con la quale domina la scena.
★ ★ ½



