
24 Nov 2025 Magellan: un’opera da museo firmata Lav Diaz
Presentato in anteprima al 78° Festival di Cannes, Magellan arriva Fuori Concorso al Torino Film Festival 2025. Si tratta del nuovo epico film dell’acclamato regista filippino Lav Diaz, ed ecco la sua recensione.
Magellan, la trama del film di Lav Diaz al 43 TFF
Prodotto, scritto e diretto da Lav Diaz, che ne cura anche fotografia e montaggio, Magellan è il nuovo tassello della prolifica carriera dell’autore di origini filippine. Ecco la sinossi ufficiale del film, presente nella sezione Fuori Concorso al 43TFF:
XVI secolo. Magellano, giovane e ambizioso navigatore portoghese, si ribella al potere del re, che non sostiene il suo sogno di scoprire il mondo, e convince la corona spagnola a finanziare la sua audace spedizione verso le terre dell’Est. Il viaggio si rivela più estenuante del previsto, con fame e ammutinamenti che spingono l’equipaggio al limite della sopravvivenza.
Giunto presso le isole dell’arcipelago malese, Magellano cambia repentinamente atteggiamento: la sua diventa una brama di conquista e conversione, che dà inizio a violente rivolte che sfuggono presto al suo controllo. Il film non racconta la leggenda di Magellano, ma la verità del suo viaggio.
Magellan, la recensione: un’opera da museo (più che da cinema)
È una spedizione per ottenere ricchezza, per ottenere potere. È basata sull’avarizia.
Slow cinema, stile minimalista, cinema “contemplativo”. La quasi trentennale carriera di Lav Diaz lo ha portato a diventare tra i punti di riferimento, a livello internazionale, proprio di questa idea di cinema, di questo approccio alla visione cinematografica. Un film dunque fatto di lunghe riprese, di una narrazione de-spettacolarizzata e soprattutto di una determinata filosofia sull’idea stessa di montaggio, ciò che rende il cinema tale.
Non può essere un caso che, proprio Magellan, arriva al Torino Film Festival nel giorno della riproposizione di Arca Russa, uno dei capolavori di Aleksandr Sokurov manifesto dell’anti-violazione del tempo. Fin dalla sua presentazione a Cannes, tuttavia, inizia a girare sulla nuova fatica di Lav Diaz un certo accoglimento, da parte della critica, sul fatto che questo film potesse essere “più accessibile”.
Un’affermazione fuorviante…o meglio, il film rappresenta sempre e comunque quello stesso spirito e necessità artistica del c.d. “Slow cinema” appena accennato. L’illusione, allora, potrebbe essere rappresentata dal suo soggetto arrivato su schermo, ovvero l’epica spedizione di quel Magellano quale paradigma di ogni esploratore (stando alle parole dello stesso regista).
Un film storico dunque, anzi in costume, supportato dalla portata dell’avventura del suo protagonista, ma i canoni restano ad ogni modo quelli de-spettacolarizzati. Camera rigorosamente fissa, dove il cast si muove all’interno dello spazio scenico di riferimento. In questo specifico caso, tuttavia, la posizione stessa della macchina da presa verte sull’analisi concettuale del film stesso. Magellan è infatti un racconto sulla vocazione, una questione di fede, su come popolazioni estremamente diverse si approccino al sacro, ognuna con i propri riti in nome di un rispettivo Dio/Spirito di riferimento.
Ecco allora che quella mdp fissa, posta quasi sempre alla stessa altezza, diventa un occhio esterno ed universale, un’entità terza (divinizzante) volta ad osservare, senza giudicare, queste popolazioni alle prese con il sacro. A differenza infatti di un Aguirre di Herzog, o di un altro splendido titolo “a tema” con El abrazo de la serpiente, non è qui presente una vera e propria esplorazione, anche e soprattutto intimistica e contemplativa sul ruolo dell’ossessione.
È proprio questo il punto critico e cruciale di Magellan. Un film che, per la storia che racconta e vuole raccontare, trova un distaccamento emotivo ed empatico troppo forte e netto, “solo” in virtù di quello schema espositivo del c.d. Slow cinema. Se da una parte occorre sempre tener presente la filmografia di riferimento di un determinato autore (si può pretendere da Tarantino di non inserire volgarità all’interno dei suoi film?), è altrettanto vero che un film dovrebbe vivere di vita propria.
In questo caso, l’epica e tormentata vicenda legata a Magellano, prototipo perfetto per la decadente ambizione dell’essere umano (aggiungiamo anche l’inesauribile “potenziale” sulla missione evangelica), avrebbe richiesto probabilmente un approccio completamente differente. Ma come appena detto, un film vive di vita propria e vive sullo schermo.
La visione di Magellan resta indubbiamente eccezionale, arrivando con forza ed eleganza ad una costruzione dell’immagine davvero mirabile. In un ristretto 4:3, ecco allora che il ‘500 pittorico si imprime sulla tela cinematografica, ponendo (anche narrativamente parlando) al centro dello schermo l’essere umano all’interno di una natura selvaggia co-protagonista. Supportato anche dal fatto della costante ripresa fissa, ogni fotogramma di Magellan potrebbe venire tranquillamente appeso in casa, pronto da sfoggiare agli ospiti.
Se l’emotività (e sostanzialmente forza anche analitica ma non solo) del racconto viene completamente tagliata fuori, resta altrettanto vero che il nuovo film di Lav Diaz fa vivere un’esperienza sensoriale allo spettatore di primissimo livello. Basta quello?
★ ★ ★ ½



