La Anatomía de Los caballos La Anatomía de Los caballos recensione

La anatomia de los caballos: recensione del film di Daniel Vidal Toche

In concorso al 43° Torino Film Festival, La Anatomía de los Caballos è l’esordio nel lungometraggio del regista peruviano Daniel Vidal Toche. Girato nelle Ande peruviane in spagnolo e quechua, il film è stato presentato in anteprima mondiale al Karlovy Vary Film Festival nella sezione Proxima Competition. L’opera riflette sul tempo rivoluzione nella storia latinoamericana con un approccio narrativo non convenzionale: il regista costruisce un’esperienza che sfida le concezioni della temporalità, abbracciando invece la visione andina in cui le epoche coesistono simultaneamente. Direttamente dal Torino Film Festival, ecco la recensione di La anatomia de los caballos, il film di Daniel Vidal Toche.

la anatomia de Los Caballos
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La anatomia de los caballos: trama del film di Daniel Vidal Toche

Ambientato tra le montagne andine del Perù, il film intreccia due linee temporali apparentemente distanti ma profondamente connesse. Nel XVIII secolo, Ángel Pumacahua, rivoluzionario sconfitto dalla ribellione anticoloniale guidata da Túpac Amaru II, fa ritorno al suo villaggio natale in cerca di rifugio. Al suo arrivo, però, scopre che qualcosa di straordinario è accaduto: si trova improvvisamente proiettato nelle Ande del XXI secolo. La misteriosa caduta di un meteorite ha squarciato il tessuto del tempo, aprendo un varco tra le epoche e segnando la collisione tra passato e presente.

Ángel incontra Eustaquia, una giovane pastora di llama che sta disperatamente cercando la sorella gemella, scomparsa durante la lotta contro una compagnia mineraria che sta devastando il territorio. Insieme, l’uomo proveniente dal passato e la donna radicata nel presente si interrogano sul significato della rivoluzione nell’epoca contemporanea: cosa dovremmo combattere oggi? Per chi dovremmo lottare? La rivoluzione è un impulso innato dell’essere umano o semplicemente una costruzione destinata a ripetersi all’infinito?

La anatomia de los caballos: recensione del film in concorso al Torino Film Festival

Sullo sfondo implacabile dell’altopiano andino, le possenti montagne dominano un paesaggio aspro e ostile. Angel (Juan Quispe) torna al suo villaggio andino per unirsi alla rivoluzione di Tupac Amaru, sconfitto in battaglia, con il fratello gravemente ferito sul cavallo. Nel frattempo, due uomini indigeni, facenti parte di un’unità controllata da soldati spagnoli, smembrano un cadavere e ne appendono una gamba, con un avviso inchiodato, sopra una croce nella piazza del villaggio.

Dopo la morte del fratello, quest’ultimo gli appare in visione annunciandogli che viaggerà attraverso il tempo. Al risveglio nell’erba alta della pampa, Angel osserva un meteorite precipitare dal cielo, mentre sullo sfondo si ergono tralicci di trasmissione. Raggiunge il suo villaggio, ormai catapultato nel presente, dove è in corso una specie di festa popolare. Il responsabile del sistema audio annuncia che l’evento è stato organizzato grazie alla compagnia mineraria. Inizialmente disorientato, Angel ritrova il suo equilibrio unendosi alla danza rituale di un gruppo di uomini.

A casa, sua madre è turbata dal fatto che non abbia dato sepoltura al fratello, nonostante fosse la sua ultima volontà. Angel si dirige verso il punto d’impatto del meteorite, che ha creato un cratere riempito d’acqua. Qui incontra Eustaquia, una giovane che cerca la sorella gemella scomparsa. Riconosce che lei era apparsa nei suoi sogni, e la sua sparizione sembra legata alla miniera, che sta contaminando la terra, gli animali e i bambini.

La trama particolare, che funge da filo conduttore di un’opera abbagliante sull’epopea latino americana, porta avanti il significato effimero della rivoluzione attraverso i secoli e il suo attuale disgregamento. I personaggi parlano attraverso metafore o frammenti di versi, apparentemente “biblici” per la loro finalità, spesso con una sola persona inquadrata. Gli attori, prevalentemente non professionisti, esprimono raramente emozioni attraverso le espressioni facciali. Si spostano con lentezza e deliberazione attraverso il terreno impervio.

Il lavoro fotografico di Angello Faccini e la post-produzione sono impressionanti, con l’immagine in formato 4:3 e le frequenti inquadrature ampie e primi piani estremi, contrasto elevato e colori tenui ma intensi. Sembra sia stata utilizzata esclusivamente luce naturale, rendendo le scene notturne dense di ombre. La colonna sonora di Inur Ategi porta sul film suoni pesantemente elaborati e rumori statici.

Il regista ha spiegato che la nozione di temporalità per i Quechua esiste in modo diverso dalla concezione a cui gli europei e americani sono abituati: tutte le epoche coesistono simultaneamente, e non in maniera lineare. Dal punto di vista strutturale, il film può essere visto dall’idea che il tempo sia un cerchio piatto. Sebbene tutto ciò richieda un impegno considerevole da parte dello spettatore, lo sforzo viene ripagato.

La anatomia de los caballos è una riflessione sulla futilità della rivoluzione e una visione temporale sulla vita indigena e di come venga influenzata da quello che un tempo era colonialismo e che ora è stato sostituito da qualcos’altro. Un’opera esigente verso lo spettatore, diventando uno zoccolo troppo duro di una Storia (con la S), notevolmente difficile da digerire, ma che pone domande fondamentali. Forse, troppe.

★ ★ ½

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Dario Vitale
dario28vitale11@gmail.com

Passo il tempo libero guardando film belli. Mi piace anche leggere (pensa un po’!). Ogni tanto suono. Ah sì, sono uno studente di lingua giapponese che tenta di prendere la magistrale.