
18 Set 2025 La valle dei sorrisi: abbiamo bisogno del dolore…e di Paolo Strippoli
A distanza di 3 anni dall’ottimo Piove, il regista Paolo Strippoli torna sul grande schermo con un nuovo horror che fa dell’emotività e del rapporto interpersonale (specialmente padre-figlio) il suo cavallo di battaglia. La valle dei sorrisi vede protagonisti Michele Riondino, Romana Maggiora Vergano e Paolo Pierobon, ed ecco la recensione del film.
La valle dei sorrisi: la trama del film horror di Paolo Strippoli
Con il supporto, in sede di sceneggiatura, con i ritrovati collaboratori Jacopo Del Giudice e Milo Tissone, Paolo Strippoli scrive e dirige questo nuovo film dell’orrore ambientato nel paesino di Remis, sperduto tra le Alpi. La valle dei sorrisi vede come protagonista Sergio, ex campione del judo trasferito nella nuova località in qualità di insegnante di educazione fisica.
L’uomo si porta dietro un dolore indicibile, che subito andrà a cozzare con lo spirito ridente del paesino di montagna, dove tutti i suoi abitanti sembrano sereni, accoglienti e particolarmente spensierati. Sergio scoprirà che sotto questa maschera allegra, Remis nasconde un segreto sovrannaturale, un angelo. Ma sarà un Angelo Custode o della Morte?

La valle dei sorrisi, recensione: un malsano gioco di maschere, specchi e ribaltamenti
Vuoi smettere di soffrire?
<<Sono stanco, capo. Stanco di andare sempre in giro solo come un passero nella pioggia. Stanco di non poter aver mai un amico con me che mi dica dove andiamo, da dove veniamo e perché. Sono stanco soprattutto del male che gli uomini fanno ad altri uomini. Sono stanco di tutto il dolore che io sento e ascolto nel mondo ogni giorno. Ce n’è troppo per me, è come avere pezzi di vetro conficcati in testa sempre, continuamente. Lo capisci questo?>>.
Questa non è una citazione dell’ultimo film di Paolo Strippoli, ma ovviamente da Il miglio verde di Frank Darabont. Innegabile, tuttavia, come sia possibile tracciare qualche punto di incontro, specialmente per quanto concerne il ribaltamento della concezione dello sguardo. Nel film del 1999, infatti, si assiste al martirio di un uomo, apparentemente brutale assassino e dalla stazza fisica imponente, che si rivela in grado di assorbire il dolore altrui per cercare di migliorare la condizione del prossimo, a sue spese.
Dolore e sollievo, benedizione e maledizione, giustizia ed ingiustizia, con tale ribaltamento che è presente anche ne La valle dei sorrisi, non risparmiando nemmeno l’aspetto visivo della messa in scena. La CIPA è una patologia congenita rarissima del sistema nervoso, che permette a chi ne è affetto di non provare dolore, calore e freddo sulla propria pelle. Il problema è decisamente serio, dato che la mancanza di stimoli per una determinata zona del proprio corpo, comporta il mancato allarme per una auspicabile cura o prevenzione (banalmente se metti la mano sul fuoco, il fatto che scotti ti fa ritrarre la mano per evitare di lasciarla carbonizzare).
Ed ecco che arriva quel ribaltamento di cui si accennava: il paradosso del dolore, evitare di provarlo non porta di conseguenza ad un naturale sollievo fisico e mentale. In La valle dei sorrisi ci si trasferisce nella ridente Remis, paesino sperduto tra le montagne e lontano dal caos urbano: la pace dei sensi. Eppure Strippoli riesce a costruire in maniera graduale un suggestivo horror di sette religiose, rendendo diabolico un rituale che allieva il dolore, che rende tutti felici senza alcun sacrificio di sangue, ma solo attraverso un semplice abbraccio.
Dopotutto, capovolgendo un sorriso non resta che una smorfia di dolore. Il film gioca quindi con le sue maschere, con i suoi ribaltamenti, fissando fin dall’inizio una visione che prenderà una piega particolarmente oscura. Già dai primi minuti, infatti, è quasi possibile vedere in La valle dei sorrisi un’atmosfera gotica senza che siano presenti i caratteristici elementi del genere, spingendo su mistero, spazi claustrofobici ed una cupezza cromatica particolarmente avvolgente.
Poi il plot twist, sulla presentazione del “dono” di Matteo, l’Angelo di Remis, ma dove il vero colpo di scena non sta i questo svelamento narrativo, quanto nel cambio di passo immediatamente successivo. Da questo momento La valle dei sorrisi fa cadere la maschera e si mostra per quello che è: un dramma adolescenziale ed in particolare sull’empatia, sull’ascolto. Supportato anche dagli espedienti che hanno reso importante il cinema con protagonista il rapporto alunno-insegnante, il film di Strippoli porta in scena un vero e proprio racconto di formazione, mantenendo ferma la bussola del suo contesto orrorifico e continuando a giocare con i suoi ribaltamenti di concezione.
Da sacro Angelo di Remis, Matteo si ritrova a fare i compiti per casa, a partecipare ai corsi di judo e a vivere i primi amori (e conseguenti delusioni) adolescenziali. In questo specifico sottotesto ecco che viene tracciato un fondamentale fil rouge con il precedente Piove (collegamento che rientrerà nella conclusione di questa recensione), ovvero sul presentare un determinato rapporto padre-figlio.
Si tratta infatti di film estremamente coincidenti sotto questo profilo, allargando inoltre qui ad un doppio rapporto (Sergio con il figlio, Matteo con Mauro Corbin). In entrambi i casi la figura paterna si ritrova a combattere con un forte dramma interiore, un’elaborazione del lutto, talmente invadente da oscurare e condizionare il benessere del proprio figlio.
Ci si collega in questo caso anche ad altri formidabili esempi del panorama internazionale, come Babadook, Hereditary e molti altri, anche se La valle dei sorrisi ne allarga il discorso anche e soprattutto dal punto di vista sociale. Quello di Strippoli è dunque un film sull’ascolto, sulla capacità di essere empatici verso il prossimo, specialmente se un ragazzo/bambino (con un gap generazionale sempre più forte dal punto di vista emotivo e non solo), specialmente se si tratta di tuo figlio.
Continuando a giocare con i ribaltamenti, il regista riesce in un certo senso anche a ribaltare il concetto di bullismo, rendendone vittima anche la star del paese, il “nuovo Messia”, indicando come nessuno ne sia effettivamente immune. Poggiandosi dunque su solide basi del cinema dell’orrore, La valle dei sorrisi resta innanzitutto una storia di crescita (emotiva e sessuale), anche e soprattutto nel processo di elaborazione del lutto che coinvolge tutti i suoi personaggi.
Abbiamo bisogno del dolore…e di Paolo Strippoli
Come stai?
Io sto bene.
Una menzogna, chiaramente, quella che il personaggio di Sergio risponde a quello di Michela. Il breve ed essenziale botta e risposta, tuttavia, potrebbe anche uscire dallo schermo, avendo come interlocutore proprio lo stesso cinema horror italiano. Come sta? Sarebbe un discorso fin troppo complesso e ricco da affrontare in questa sede.
Resta il fatto di come, nel nostro panorama cinematografico, gli autori di talento esistono eccome, con Paolo Strippoli che continua a rappresentare una solida conferma. Sono ormai quasi 6 anni che ci si riferisce al co-regista di A Classic Horro Story come nuova promessa del cinema horror italiano e, al suo terzo film, è arrivato il momento di iniziare a tirare le somme. Il risultato resta invariato indicando come, il nostro panorama produttivo ed artistico, abbisogna di autori come Paolo Strippoli e di film come La valle dei sorrisi.
Innanzitutto, è da sottolineare come il fantastico non sia più un taboo, registrando la determinazione di portare sullo schermo buone idee immaginifiche senza avere il freno a mano tirato. Nel film è infatti fortemente presente l’elemento sovrannaturale, con possessioni e miracoli che vengono messi in scena senza che vi sia un’eccessiva spettacolarizzazione dell’effetto in sé.
Evitando di ricorrere ad un ingente e plateale utilizzo della computer grafica, il comparto tecnico fa perno su una cura prevalentemente artigianale e su semplici ma determinanti giochi di prestigio. L’essenzialità dell’elemento fantastico è una gran forza del film, che non solo gli permette di essere al suo tempo maggiormente realistico e dunque credibile, ma anche di arrivare a scene particolarmente incisive.
Si fa riferimento in particolare all’intera scena dell’assalto nell’atto finale, che di fatto stravolge per l’ultima volta le carte in tavola trasformando l’Angelo della Salvezza in quello della Morte. Un momento cinematografico alto, potente visivamente e narrativamente, che dimostra un talento che pochi autori moderni posseggono (specialmente nel panorama cinematografico italiano, pur continuando a precisare come sia di alto livello soprattutto nel “sottobosco”), ma anche un grande rispetto dei Classici e dei maestri, quali ad esempio Carpenter e Romero. Ma bypassiamo solo per un momento questo aspetto.
Torniamo così alla costruzione “concettuale” del film horror, con Paolo Strippoli che riesce anche a curare la malsana ed opprimente atmosfera che si respira costantemente in Remis. Il ridente e tranquillo paesino di montagna diventa così gabbia che custodisce il segreto più oscuro, ammantata da una nebbia di lovecraftiana memoria e La valle dei sorrisi si trasforma in un Villaggio di Dannati.
Ancora un gioco di ribaltamenti, di specchi, con l’elemento fantastico in La valle dei sorrisi che offre anche forti stimoli al suo cast, che si ritrova a fare i conti con il dolore per poi restituire sensazioni ed emozioni opposte. Michele Riondino e Paolo Pierobon sono, ormai da anni, stabili sul più importante e ricercato piedistallo del cinema italiano. Particolarmente convincente infatti il dolore provato, in maniera diversa, dalle due figure paterne, facce della stessa medaglia. Ma i due “maschi alpha” non sono le uniche certezze recitative che offre La valle dei sorrisi.
Ok il successo, ok il messaggio socio-politico…ma la cosa migliore di C’è ancora domani è stato lanciare definitivamente il talento di Romana Maggiora Vergano. Spiccata ed evidente la sua vena drammatica, già fortemente incisiva nella toccante prova nel precedente Il tempo che ci vuole, ma qui l’attrice fa un ulteriore e determinante step, dopo essere diventata “internazionale” con la serie Those About to Die.
Il cinema horror, forse maggiormente rispetto agli altri generi, porta inevitabilmente a confrontarsi con una determinata gestione del corpo, sfruttamento fisico ed emotivo, spingendo verso i propri limiti. Romana Maggiora Vergano non solo supera brillantemente la prova, ma con questo film si apre per lei anche un’ulteriore strada di carriera (magari una prossima final girl?) che possa evitare che il suo talento ristagni nel “solito ruolo”. Si fa comunque riferimento ad un’altra certezza offerta dal cast del film, che invece può vantarsi della “scoperta” del giovane Giulio Feltri, da tenere d’occhio.
Con questo sono stati tracciati alcuni dei grandi meriti che presenta La valle dei sorrisi, dove non tutto comunque funziona al 100%. Alcuni passaggi narrativi, come ad esempio la questione del marchio, vanno un po’ a vuoto e sono lasciati a loro stessi; la gestione di alcuni personaggi che, come quello di Michela o del vicino di casa di Sergio, godono di un background eccessivamente ampio rispetto all’effettivo ruolo ricoperto all’interno del film; la composizione sonora risulta fin troppo “audace” nel volersi interrompere a comando, alla ricerca di una rottura sensoriale che non sempre riesce ad arrivare puntuale.
Questi, ed altri elementi, restano tuttavia solo ed esclusivamente a margine di una messa in scena costruita in maniera puntuale, e che va piacevolmente assegno sotto praticamente tutti gli aspetti. In conclusione, al suo terzo film Paolo Strippoli porta in scena un altro horror che fa perno su una profonda questione emotiva e di rapporti interpersonali. Dal cinema di sette religiose e possessioni angeliche/demoniache, La valle dei sorrisi si trasforma in un film adolescenziale sull’importanza dell’ascolto, della capacità di essere empatici, senza perdere di vista la rotta principale.
Quest’ultima, infatti, viene ottimamente guidata attraverso un comparto tecnico ed un cast di altissimo livello, portando in scena un gradevole gioco di ribaltamenti. Da La valle dei sorrisi a Il villaggio dei dannati, dal folk-horror italianissimo (e confluente nell’istituzione cattolica) a The Wicker Man, da Argento a Carpenter passando per Lovecraft e Stephen King. Il film di Strippoli propone un cinema horror italiano enormemente svecchiato, che fa perno sui grandi maestri del genere per restituire una visione profondamente autoriale e rintracciabile come fil rouge nei lavori del suo regista.
Un Paolo Strippoli fin troppo accusato ingiustamente di essere “eccessivamente derivativo” dei Classici, specialmente degli anni ’70. Si è arrivati tuttavia ad un livello generale del cinema italiano (ci si riferisce al riciclato e fin troppo “spinto” mainstream) in cui un’accusa di questo tipo diventa una benedizione: finalmente qualcuno che riesce a portare grande cinema sullo schermo.
È naturalmente ancora presto per elargire giudizi definitivi, ma con il suo terzo film all’attivo (2 e mezzo), Strippoli ha solo dimostrato un profondo rispetto verso i Classici e i loro maestri, rendendo evidente non solo una conoscenza del mezzo ma anche la capacità di saper manipolare il materiale ispiratore alla propria volontà. Il regista fa quindi parte di quella cerchia di autori contemporanei, di un auspicabile patrimonio artistico, che abbisogna “proteggere” e sostenere.
In Italia esiste e resiste un evidente problema da questo punto di vista. Lo abbiamo visto proprio quest’anno con l’insensata esclusione di La città proibita di Gabriele Mainetti (un altro membro della “cerchia”) dalla lista dei 24 titoli selezionabili dall’ANICA per la corsa agli Oscar (oltre a quest’ultimo di Strippoli, presentato anche a Venezia). Si continua insomma a portare avanti una crociata (sperando non sia davvero contro i mulini a vento), nel ribadire e sottolineare come il cinema di genere in Italia sia assolutamente vivo e ricco di autori di livello, che necessitano di essere sostenuti da tutte le parti.
In conclusione dell’analisi su La valle dei sorrisi, abbiamo dunque bisogno di provare dolore? Su questo si può andare a dibattito…ma sicuramente abbiamo bisogno di talenti come quelli di Paolo Strippoli, per tornare a fare un salto di qualità e di apertura produttiva, distributiva e soprattutto artistica.
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