
21 Set 2025 Alpha: il cinema di Julia Ducournau torna a tingersi di rosso
Dopo la presentazione in Concorso alla 78a edizione del Festival di Cannes, ecco che dal 18 settembre arriva al cinema Alpha, il nuovo film scritto e diretto da Julia Ducournau. La regista Palma d’Oro con Titane torna a polarizzare la critica, per un nuovo sguardo sulla mutazione del corpo. Di seguito la recensione di Alpha, con Mélissa Boros ed Emma Mackey.
Alpha: la trama del film di Julia Ducournau
Vincitrice della Palma d’Oro con il chiacchieratissimo Titane, alla 74a edizione del Festival di Cannes, la regista parigina Julia Ducournau torna sul grande schermo con una nuova prova roboante. Si tratta di Alpha, suo terzo lungometraggio, che racconta la dolorosa storia del rapporto madre-figlia. La combattiva tredicenne che dà titolo all’opera, infatti, è un’adolescente vissuta senza un padre e con un passato da dimenticare, che l’ha spinta ad una forzata indipendenza.
Questa la porta un giorno ad un atto sconsiderato, come quello di farsi un tatuaggio con mezzi di fortuna durante una festa in uno squallido appartamento. La madre infermiera è terrorizzata all’idea che Alpha possa essersi infettata, attraverso l’ago non sterilizzato, e che possa contrarre la malattia che sta decimando la popolazione.
Con Alpha ci troviamo infatti in un futuro distopico, dove un’epidemia sta trasformando gli infetti in statue destinate a sgretolarsi. Nell’attesa di ricevere pronte risposte dagli esami del sangue, Alpha vedrà il ritorno in casa sua dello zio Amin, tossicodipendente.

Alpha, la recensione: le statue tinte di rosso di un cinema emotivamente feroce
Ti ricordi di me?
Ci ricordiamo benissimo di Julia Ducournau, enfant prodige del moderno cinema europeo classe 1983, seconda donna nella storia a vincere la Palma d’Oro al Festival di Cannes. Ricomincia proprio dalla Croisette la filmografia dell’autrice di Titane e Raw, tornando a quel colore rosso che ha contraddistinto le due splendide opere prime. Il rosso della carne cruda, del fuoco e del sangue, che qui arriva a tingere un “demoniaco” Vento pestilenziale che muta il corpo delle sue vittime.
Il simbolismo legato al colore rosso, la mutazione del corpo, ma il continuare a marcare quella perenne ispirazione al body-horror, del maestro Cronenberg, non è l’unico fil (non a caso) rouge della filmografia dell’autrice parigina. Anche in Alpha si ha come protagonista una ragazza ribelle, a suo modo esiliata, che si erge a portavoce di ragazze smarrite più che interrotte. Aghi, droghe siringhe come mezzo più immediato per corrompere il sangue e dunque il corpo.
Con il suo terzo film ecco dunque tornare la nuova queen del body-horror, con tale etichetta che resta sempre da prendere con le pinze. In Titane il parallelismo con Cronenberg resta inscindibile per troppi motivi ma, soprattutto in Alpha, la Ducournau continua a dimostrare come la sua sia una strada personale ben definita. Nei 3 film resta infatti il filo conduttore dello smarrimento ed isolamento di un’intera generazione, portata a spingersi verso i propri limiti, con il tema dello “stigma sociale” che qui si fa ancor più definito.
In Alpha, inoltre, l’horror non è fa parte dell’equazione, concentrandosi piuttosto su un dramma famigliare che sfrutta l’elemento della fantascienza distopica. Ecco allora che, quando nasce la sconfortante paura che la giovane tredicenne possa essersi infettata, a tornare sono i “fantasmi” di quel doloroso passato che si voleva lasciare alle spalle. Il COVID come l’HIV, con la regista che rievoca quel delicato periodo storico nel segno della paura. Non si cerca infatti di aprire uno scomodo e delicato parallelismo tra i due fenomeni, quanto piuttosto sull’impatto sociale ed emotivo che hanno comportato.
Esiste ovviamente un piano sanitario, dove si assiste alla tragica emergenza vissuta dai reparti ospedalieri, con medici e scienziati che brancolano nel buio e sono costantemente affossati da un terminale ticchettio sul cercare a tutti i costi una cura prima di perdere altre vite. Ma, in strettissimo legame a questo, il piano è anche e soprattutto quello dello stigma sociale appunto, dove gli infetti diventano sempre più facilmente emarginati.
Quest’ultimo poi si articolerebbe in più parti, dove da una di esse si tenderebbe a sottolineare la necessità di una benevola comprensione ed un senso di solidarietà ma, dall’altra parte, anche un naturale istinto di sopravvivenza e di protezione non solo per sé stessi ma soprattutto verso i propri cari. Il tema tracciato dall’autrice francese è dunque delicato e sempre attuale, facendo qui perno anche su una profonda emotività dedicata al dramma famigliare.
La giovanissima protagonista Mélissa Boros, Golshifteh Farahan e soprattutto Tahar Rahim sono a dir poco straordinari nell’imprimere sullo schermo prove sofferte ed assolutamente credibili, con la regista che regala loro immagini e momenti di rara potenza emotiva ed immaginifica. Unire i buchi lasciati dalle iniezioni nel braccio come fosse la settimana enigmistica, un cadavere statuario che si glorifica nella perlata fotografia del fidato collaboratore Ruben Impens, un soffitto che schiaccia e soffoca il respiro, una chiazza di sangue allargarsi in piscina..
Le immagini, esteticamente e simbolicamente potenti presenti in Alpha, sono davvero molte. Un tema forte ed un affascinante parallelismo, un ottimo cast ed una serie di idee visive che danno lustro all’estro artistico della sua regista. Sembra tutto perfetto. Sembra.
Il rischio di eccedere e l’arroganza di una grande autrice
Resta con me!
Torniamo a parlare del film vincitore della Palma d’Oro al 74° Festival di Cannes. Nonostante la sua storica impresa, sia prima che successivamente ad essa, Titane ha fortemente polarizzato pubblico e critica per via del suo estremismo visivo e narrativo. Con Alpha la Ducournau aumenta ulteriormente il tiro, ma forse non ce n’era bisogno.
In questo caso, più che per l’aspetto estetico e tecnico in sé (che comunque viene accompagnato da una colonna sonora roboante e spesso fuori controllo), ad aumentare il malumore sul film è il suo intreccio e sviluppo narrativo. Durante la visione, infatti, si nota anche alquanto palesemente come alcuni passaggi siano decisamente sconnessi, elementi che non tornano e la sensazione che manchi qualcosa. Poi la delucidazione finale, con quel colpo di scena più o meno suggerito che, scombussolando il film, ne restaura paradossalmente l’ordine.
Alpha si trasforma infatti in una vera e propria matrioska, chiedendo allo spettatore uno sforzo ulteriore nel decifrare il sogno dentro il sogno, dove nulla è davvero reale o forse tutto lo diventa. Più che al già celebre Christopher Nolan, il riferimento principale diviene qui lo stesso Terry Gilliam direttamente citato con lo splendido Le avventure del barone di Munchausen, nonché il cinema del connazionale Leos Carax. La satura e surreale visione scomposta non può dunque bastare per affossare un film come Alpha, solo perché non restituisce su schermo una “facile visione”, ma restano comunque diversi i punti critici di un film dichiaratamente molto “arrogante”.
La decostruzione narrativa non troverebbe infatti un’attinenza con il registro adottato dal film, trovando anche diversi snodi corrotti e contraddittori lungo il percorso. La costruzione del personaggio di Adrien trova diversi intoppi, con lo svelamento riguardo alla faccenda dell’ago che mette in discussione tutto quanto visto in precedenza.
Durante il film la gestione fantasmatica di Amine poteva sicuramente trovare migliori sviluppi, soprattutto se l’intento principale è quello di colpire con il plot twist finale. L’elemento fantastico/fantascientifico non arriva mai veramente a legarsi con il resto del film, accennando ad un fantomatico Demone ed un Vento Rosso che lasciano solo impronte cromatiche e visive fine a sé stesse (fosse stata una normale epidemia non sarebbe cambiato nulla in termini narrativi).
Questi sono alcuni elementi di una trama esageratamente articolata, con diversi aspetti superflui e che vanno a confluire con un “non richiesto” gioco interpretativo e di composizione del puzzle. Resta innegabilmente il coraggio di una regista dal talento smisurato, che porta ad una composizione dell’immagine di rara potenza e ad un ottimo cast diretto a dare tutto.
Alpha è dunque un film di eccessi, dove diventa quasi tangibile l’intento della sua autrice di “eccedere” e che va a formalizzare una certa arroganza stilistica troppo fine a sé stessa. Si arriva in tal caso a divorare quell’eleganza ed intelligenza artistica ammirata nei precedenti lavori, nei quali in ogni caso non ci si fermava a spingersi verso i propri limiti. Alpha resta in conclusione grande cinema, ma un altrettanto grande segnale d’allarme per Julia Ducournau, la quale non deve smarrire la sua feroce e “silente” eleganza.
★ ★ ★ ½




