
19 Gen 2025 Oh Canada: la necessità di raccontarsi
Presentato alla 77ª edizione del Festival di Cannes, Oh Canada è il nuovo film del regista Paul Schrader. Pur non ricevendo premi, il film ha provocato una standing ovation di quattro minuti al termine della sua proiezione al Festival. Acclamato in Francia, Oh, Canada è nelle sale italiane dal 16 gennaio 2025 distribuito da Be Water in collaborazione con Medusa Film. Leggi l’articolo per scoprire cosa ne pensiamo.

Oh Canada: la trama del film di Paul Schrader
Paul Schrader, che già in passato aveva tratto da il film Affliction (1997) dal romanziere Russel Banks, ritorna adesso al suo universo con Oh Canada, un adattamento ispirato al romanzo Foregone (2021), scomponendo e ricomponendo la vita del protagonista.
Al centro c’è Leonard Fife (Richard Gere), un celebre documentarista americano rifugiatosi in Canada nel 1968 per sottrarsi alla chiamata alle armi durante la guerra in Vietnam, che decide, colpito da una malattia terminale, di concedere un’intervista definitiva per svelare la verità della sua vita. Iniziano così dei flashback sulla sua vita giovanile, con interprete Jacob Elordi.
Questa verità, al contrario, si rivela inafferrabile, continuamente sabotata dalla memoria frammentata del protagonista, dalle sue omissioni, e dalla stessa struttura narrativa che Schrader adotta.
Oh Canada: la recensione del film di Paul Schrader con Richard Gere e Uma Thurman
“Una fotografia cristallizza un istante per l’eternità” osserva Leonard Fife. Ma la moglie Ella (interpretata da una incredibile Uma Thurman), ribatte con una provocazione: quando una fotografia ritrae la morte, ciò che sopravvive è proprio la morte stessa. Da questa tensione tra l’eternità della vita fissata nell’immagine e l’immortalità del vuoto che accompagna la morte, Schrader costruisce un film tra passato e presente, memoria, verità e menzogna.
In Oh Canada, Paul Schrader abbandona qualsiasi linearità narrativa di una storia di fatto semplice, ma scegliere di rappresentare la vita di Fife attraverso una serie di episodi frammentati, ricordi sbiaditi e forse falsi innalza questa storia ad immenso cinema. La macchina da presa, che teoricamente dovrebbe catturare la verità, si dimostra incapace di raggiungere il nucleo autentico del protagonista. Il film si presenta quindi come una ricostruzione impossibile: l’intervista finale di Fife è ostacolata non solo dalle sue difficoltà fisiche e mentali (sotto effetto di farmaci), ma anche dalle sue bugie, dalla sua vergogna e dai vuoti di memoria che avvolgono il suo passato.
I flashback che si susseguono non permettono mai di discernere chiaramente se ciò che Fife racconta sia reale o meno. Schrader prende Bergman e si interroga: la memoria è qualcosa di irrimediabilmente perduto, oppure qualcosa che può rivivere attraverso il racconto? Questa ambiguità è viva per tutti e 96 i minuti della pellicola, e persino le scelte di casting -ci dobbiamo tenere anche le doti recitative – dimostrano il carattere che Schrader vuole rappresentare in Fife: Jacob Elordi è fisicamente e letteralmente diverso, come persona, da Richard Gere.
Fife si rivela come una figura contraddittoria: un regista celebrato, ma anche un marito e padre irresponsabile; un idealista che ha rinunciato ai suoi ideali; un uomo che ha passato la vita a sfuggire, prima al Vietnam, poi alla verità di sé stesso. Durante l’intervista, più che raccontare i fatti, sembra interessato a essere guardato, osservato, ascoltato da sua moglie, che si fa specchio della sua vita. Cerca disperatamente la sua presenza, come fosse l’unica persona in grado di dare senso alle sue parole. Il suo passato è un buco nero che inghiotte ogni possibilità di ordine o di senso, e Schrader non cerca di riempirlo, ma lo lascia volutamente vuoto.

Oh Canada, la recensione: un miscuglio di colori e di verità
A livello visivo, Oh Canada rappresenta il caos interiore di Fife attraverso un uso frammentato e discontinuo dei formati cinematografici. Schrader alterna il bianco e nero al colore, spesso all’interno della stessa sequenza, gioca con i rapporti d’aspetto, ora stringendo i bordi, ora allargandoli. Questa estetica volutamente disordinata crea malinconia e confusione, amplificate dalla colonna sonora di Phosphorescent, le cui canzoni danno senso alla forte sensazione di nostalgia di ciò che non è stato. Il comparto tecnico è il risultato di un regista che sa cosa fare, sa come prendere una storia semplice e decostruirla portando lo spettatore ad un finale che si aspetta, ma con un viaggio visivo fantastico che riesce a riempire certe lacune recitative.
Il film trasmette quindi un senso di incertezza che si sposa perfettamente con il messaggio: la vita non ha un ordine intrinseco, e ogni tentativo di conferirle un senso attraverso il racconto è inevitabilmente parziale.
Oh Canada potrebbe essere interpretato come una riflessione sulla natura del racconto e sulla funzione del cinema stesso: la vita assume significato solo attraverso il racconto, ma un racconto che richiede l’ascolto e lo sguardo dell’altro. Fife non vuole semplicemente raccontare la sua vita, ma essere visto e riconosciuto. L’intervista diventa così una seduta psicanalitica, un modo per mettere in scena la propria esistenza e sperare che qualcuno, dall’altra parte, possa darle un senso.
In Oh, Canada non c’è alcuna verità ultima, nessuna rivelazione catartica. La vita, come il cinema, è un atto di menzogna che si avvicina alla verità solo attraverso la finzione. Fife, con tutte le sue contraddizioni, non viene mai pienamente compreso, né dallo spettatore né da sé stesso. Eppure, questa incompiutezza è tutto ciò che conta, quanto il tentativo di raccontare e dare forma al caos, per un artista, è tutto.
In definitiva, con Oh Canada Paul Schrader realizza un’opera malinconica e fortemente tecnica che si confronta narrativamente con il rapporto tra memoria e verità in un racconto. Il film si distingue principalmente per il comparto tecnico, seguito da una mirabile decostruzione di una storia semplice per trasformare il caos – o crearlo – in immagine. Leonard Fife è tutti noi: nella sua elusività, un essere alla ricerca di senso, consapevole dell’impossibilità di trovarlo.
★ ★★ ★



