Recensione di Quarto Potere film capolavoro di Orson Welles

Quarto Potere: il capolavoro di Orson Welles è la Storia del Cinema

Uscito nelle sale statunitensi nel 1941, Quarto Potere (in originale Citizen Kane) è il primo film prodotto, scritto, interpretato e diretto dal genio di Orson Welles che, alla giovane e stupefacente età di 25 anni, rivoluziona il mondo della Settima Arte.

Quarto Potere, la trama del capolavoro di Orson Welles

Al centro dell’opera magna di Welles si colloca la parabola ascendente e discendente del potente Charles Foster Kane, uno degli editori più importanti ed influenti al mondo con grande carisma politico e fiuto per gli affari. Quarto Potere si apre proprio con la morte di quest’ultimo nella sua sfarzosa residenza, circondato dal lusso ma isolato dagli affetti umani a causa della sua egocentrica ombra opprimente. Letteralmente sul letto di morte, Kane pronuncia come ultima parola “Rosabella” (“Rosebund” in originale) e il mistero legato alla stessa inizia a dilagarsi tra curiosi ed addetti ai lavori del mondo giornalistico. Uno di questi, Mr. Thompson, viene incaricato dal direttore di un giornale di venire a capo del mistero della parola “Rosabella”, per scoprire a cosa o a chi il grande magnate dedicò il suo ultimo sospiro.

Recensione del film Quarto Potere di Orson Welles

Quarto Potere, la recensione: come nasce un capolavoro

Risulta difficile, se non impossibile, andare dritti al punto della recensione di un’opera come Quarto Potere senza prima inquadrare, almeno un minimo, le circostanze che hanno fatto nascere il Capolavoro. Ciò anche perché, lo stesso film, non è scindibile dall’anima geniale ed “ingombrante” del suo autore (o suoi autori). Orson Welles infatti ha affrontato la sua gavetta artistica anche e soprattutto nel teatro, precisamente a Broadway, dove debuttò con la parte di Tibaldo in Romeo e Giulietta, per un autore come Shakespeare che accompagnerà grande parte della luminosa carriera del regista del Wisconsin. La visione e la mente di Welles non riesce infatti a separarsi dalla realtà teatrale, venendo anche assunto per infondere la sua interpretazione anche in trasmissioni radiofoniche nelle quali diede voce ai grandi classici della letteratura. Tra queste vi fu anche La guerra dei mondi, romanzo fantascientifico di H. G. Wells che il futuro regista interpretò in maniera talmente convincente da far credere al grande pubblico ascoltatore che la Terra fosse stata realmente invasa dagli alieni.

Tutto ciò risulta ad oggi particolarmente incisivo nel riguardare sotto diversi occhi Quarto Potere, soprattutto nella logica legata ad uno dei suoi temi principali, ovvero la capacità di soggiogare le menti degli ascoltatori/lettori/spettatori attraverso i vari media. Il successo radiofonico conferì a Welles il più vantaggioso dei contratti produttivi mai offerto da uno studio cinematografico, in questo caso la RKO Pictures, per la realizzazione del suo primo lungometraggio. Una delle principali innovazioni, nel bel mezzo dell’epoca d’oro di Hollywood, fu proprio il fatto che venne concessa assoluta libertà creativa al regista, il quale figurò anche come produttore, attore protagonista e sceneggiatore. Il soggetto non venne ripreso infatti da alcuna opera allora esistente, ma nacque di proprio pugno assieme alla collaborazione dello sceneggiatore Herman J. Mankiewicz che, modellando il racconto attorno all’influente figura del grande magnate della stampa William Randolph Hearst, svilupparono una trama spiccatamente epica.

Trattandosi tuttavia di un film d’indagine anche e soprattutto satirica, non mancarono i “casi” che ammantarono l’opera di un maggior mistero e fascino. Nacque infatti una leggendaria diatriba, che rimarrebbe viva ancora oggi, tra i due sceneggiatori per il contributo nella stesura di Quarto Potere (vicenda raccontata in maniera romanzata nel recente film diretto da David Fincher “Mank”) e, soprattutto, il celebre boicottaggio alla distribuzione del film. Vedendo il modo in cui il protagonista – cucito sostanzialmente sulla sua figura – venga rappresentato nel film, William Randolph Hearst iniziò un’agguerrita campagna contro la circolazione delle copie di Quarto Potere, danneggiando il suo successo in termini di incassi e di critica. Ciò, fortunatamente, non fermò l’inestimabile valore del film nel lungo periodo, il quale viene considerato ancora oggi dopo 80 anni dalla sua uscita uno dei massimi capolavori della Settima Arte.

Quarto Potere, la recensione: il potere che corrode l’anima

Ma perché Quarto Potere viene spesso associato all’etichetta di “miglior film di sempre”? Un ruolo cruciale, in quest’equazione, lo gioca sicuramente la sua profonda ed esistenziale tematica legata al logorio dell’anima a causa del potere, ma non è l’unica tematica portata in scena da Citizen Kane. Ciò che contribuisce a rendere grande l’opera è infatti la sua “geometria”, non solo riferita al reparto più prettamente tecnico ma anche e soprattutto a quello contenutistico. Quarto Potere si apre con l’ascesa dai bassifondi fino all’alta camera da letto di Kane, iniziando così anche allegoricamente la sua leggendaria parabola, per poi concludersi all’esatto opposto, dalla suddetta stanza alla discesa fino al cartello che vieta l’accesso. Ascesa e decaduta, successo e disgrazia, vita e morte, soprattutto realtà e finzione perché, proprio come insegna lo stesso Kane il pubblico crede a quello che lui/Welles sceglie di far credere, mostrando i vari volti riflessi su innumerevoli specchi. È il potere dei media di rendere reale l’irreale, o comunque spingere il lettore/spettatore a focalizzarsi su determinati elementi (poiché sono i “titoli grandi a rendere importante una notizia”) di cui il cinema ne rappresenta l’apice. Oltre infatti alla geniale commistione dei vari generi cinematografici (noir investigativo, commedia, drammatico, sentimentale, epico),

Quarto Potere si mostrerebbe come uno dei primi grandi esempi di “cinema moderno” grazie anche al suo gioco di specchi nel coinvolgere il metacinema e lo stesso spettatore. Il cinegiornale nel primo atto rappresenta in tal senso un autentico colpo di genio, che accresce anche la valenza narrativa del film. Un’opera che andrebbe infatti a ricostruire (quasi a mo’ di biopic) la vita del magnate ma che, a conti fatti, viene già ricostruita nei pochi minuti dello stesso spezzone giornalistico. <<Nessuna vita privata fu tanto pubblica>>, eppure non tutto della vita di una persona può essere ripreso e documentato ed è così che “Rosabella” sfugge ai media, sfugge ad una conoscenza che deve essere riempita da nuove notizie – alcune vere altre meno – e punti di vista dei vai protagonisti. Già, proprio il “punto di vista”, ovvero una delle armi vincenti del mezzo cinematografico, tanto per risaltare ancora una volta come Citizen Kane sia esso stesso il Cinema.

Ma, al di là delle concezioni inerenti la modernità narrativa di Quarto Potere, si accennava inizialmente alla profonda tematica del logorio dell’anima. L’immagine più emblematica in tal senso viene restituita proprio dall’icona del determinante slittino, precedentemente legato all’innocente infanzia e alla candida neve che viene trasformato in cenere, in fumo nero e denso dalla fornace, dalla macchina dell’industria. Citizen Kane mette così alla berlina il celebre “american dream”, mostrando la grande facilità di arrivare ai piani alti del successo e la sua spesso inevitabile rovina e disgregazione morale. Kane sceglie infatti la via dell’opprimente egocentrismo, del potere inteso proprio come alimento per la sua ingombrante ombra sul popolo e su coloro che più gli stanno vicino, rendendosi però conto troppo tardi di come non tutto si può acquistare e controllare. Nello sfrenato lusso della sua Babele di Xanadu, Kane è un gigante abbandonato, che sono nei suoi ultimi momenti si rende conto che troppo tempo fa avrebbe dovuto infrangere quella sfera di cristallo che intrappolava la sua “candida neve”.

Recensione del film Quarto Potere capolavoro di Orson Welles

Quarto Potere, la recensione: Citizen Kane è la Storia del Cinema

Un film dunque sulla natura umana troppo spesso orientata all‘autodistruzione, sul potere dei media di controllare le masse e sulla ricerca del senso della vita. Tuttavia, a rendere leggendario un titolo come Quarto Potere non sono “solo” la sua produzione romanzesca e le sue radicali tematiche, ma anche e soprattutto la sua formidabile caratura a livello più prettamente tecnico. Proprio come fece a suo tempo David W. Griffith con Nascita di una Nazione, Orson Welles rivoluziona la storia della grammatica cinematografica, stravolgendo e codificando delle regole filmiche che sono arrivate al nostro presente. Proprio l’esperienza sopracitata nel mondo del teatro ha permesso al regista di rivedere il ruolo, nella realtà cinematografica, dello sguardo in modo decisamente innovativo per l’epoca, privilegiando un mirabile perfezionismo nella gestione dello spazio scenico. Uno degli aspetti, che maggiormente viene ricondotto alla rivoluzione di Quarto Potere, è proprio l’uso della profondità di campo, intesa come possibilità per lo spettatore di riuscire a mettere perfettamente a fuoco tutti gli elementi presenti nell’inquadratura, siano essi distanti o vicini l’obiettivo.

Una tecnica questa (permessa anche grazie all’uso di speciali lenti) non ben accetta alle solidificate regole di Hollywood, per le quali la fondamentale separazione tra primo piano e lo sfondo regnava incontrastata da decenni. Rivoluzionario fu anche l’uso che Welles fece dei suoi formidabili piano-sequenza e dell’ostentazione del suo titanico protagonista: proprio per restituire l’impressione visiva ed immediata della possanza della figura di Kane, il regista arriva anche a distruggere il pavimento per arrivare alla possibilità di riprendere da ancora più in basso per risaltare maggiormente il personaggio. A rendere meravigliosa l’esperienza visiva ci pensa poi il magniloquente lavoro del direttore della fotografia Gregg Toland (fresco vincitore del premio Oscar per La voce nella tempesta di William Wyler) che, attraverso la tenebrosa danza del suo bianco e nero, offre sensazionali squarci espressionisti e al limite del viaggio onirico. Se Orson Welles con Quarto Potere si trova alla sua opera prima per il cinema, lo stesso si potrebbe dire anche per Bernard Herrmann, considerato oggi tra i migliori compositori di colonne sonore di sempre (su tutti Taxi Driver, Fahrenheit 451 e stretto collaboratore di Alfred Hitchcock), le quali note permettono una speciale immersione nell’opera tra finzione e realtà, tra sogno ed incubo, di questo giallo metafisico.

Un film al quale appunto lavorano tanti menti brillanti e geniali, una di queste è sicuramente tra le più decisive per la realizzazione di questo immortale capolavoro, ovvero quella di Robert Wise. Questo viene considerato infatti oggi uno dei più importanti cineasti di Hollywood, grazie alla realizzazione di innumerevoli capolavori dietro la macchina da presa (La jena, Ultimatum alla Terra, West Side Story, Gli invasati) ma che, in Quarto Potere, ricopre il delicato compito di montatore. Il montaggio di Citizen Kane è, infatti, un vero e proprio manuale per concepire la perfetta destrutturazione filmica di un’opera, per una struttura “ad incastro” ancora rivoluzionaria e decisamente efficace anche e soprattutto in termini narrativi. Nel ricostruire un pezzo alla volta l’indagine psicologica legata al termine “Rosabella”, la figura di Kane viene composta in soggettiva dai ricordi dei personaggi principali del racconto (presentando anche lo stesso momento raccontato da due personaggi differenti), in una distorsione della linea temporale che non ha inizio né fine. Memorabile in tal senso anche la sequenza della sua vita matrimoniale con Emily, inscenata in sala da pranzo, dove momenti intimi diversi compongono una perfetta decaduta dell’amore nel matrimonio, iniziato dal sentimento e finito nel silenzio della lettura di quotidiani dalla diversa testata, passando per una crescita della distanza morale tra i due. Lo scorrere del tempo si sovrappone così su se stesso, rendendolo impossibile da afferrare e da controllare dal Potere di Kane. Per concludere, l’ultimo atto del film non può che cavalcarne la sua preziosa onda artistica, regalando uno dei finali più celebri ed importanti per la storia del grande Cinema.

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Vittorio Pigini
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Laureato in Giurisprudenza, diplomato in Amministrazione Finanza e Marketing, ma decisamente un Hobbit mancato. Orgogliosamente nerd e da sempre appassionato del mondo del cinema, con il catartico piacere per la scrittura e studioso della Settima Arte da autodidatta.

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