Recensione del film horror The Conjuring - Il rito finale

The Conjuring – Il rito finale: terminare di raschiare il fondo

Arrivato nelle sale italiane dal 4 settembre, The Conjuring – Il rito finale è l’ultimo capitolo dell’iconica saga horror che vede protagonista le indagini dei coniugi Warren. Ecco di seguito la recensione del film diretto da Michael Chaves.

The Conjuring – Il rito finale, la trama dell’ultimo film horror della saga

A 12 anni dall’inizio della saga horror, con il primo capitolo diretto da James Wan, The Conjuring – Il rito finale arriva a concludere le indagini sul paranormale protratte dai coniugi Ed e Lorraine Warren. Su sceneggiatura di Ian Goldberg, Richard Naing e David Leslie Johnson-McGoldrick, il film si apre con un flashback nel 1964, quando i due stanno indagando sulla presunta infestazione di un antico specchio in un negozio di antiquariato.

Il contatto con l’oggetto induce Lorraine ad un travaglio prematuro, arrivando quasi a perdere la figlia Judy. L’esperienza porta i coniugi Warren a non riprendere mai più il caso dello Specchio, per paura di perdere questa volta veramente la loro figlia, ma è la stessa Presenza a trovarli a 20 anni di distanza.

The Conjuring – Il rito finale, la trama dell'ultimo film horror della saga

The Conjuring – Il rito finale, la recensione: ascesa e caduta di un fenomeno cinematografico

Basato su una storia vera.

Ad inaugurare l’analisi del nuovo film diretto da Michael Chaves, occorre obbligatoriamente fare un passo indietro sul fenomeno The Conjuring Universe. Nato nel 2013, grazie al primo capitolo diretto da James Wan, questo universo cinematografico è sicuramente il “prodotto” più importante del panorama horror contemporaneo. Si fugge in questo caso da puri e semplici commenti qualitativi, andando piuttosto a rendere omaggio ad un progetto produttivo sicuramente vincente.

Sì perché, oltre a discorsi puramente economici (che verranno citati a breve), il The Conjuring Universe in oltre 10 anni ha seguito l’esempio allora contemporaneo del MCU rapportato al cinema horror, facendo tornare popolare un genere che, pian piano, si era perso per strada dai tempi delle leggendarie maschere anni ’70-’80. Si parla dunque di far tornare popolare e commerciale il genere su larga scala, con il nome di James Wan (ed in particolare Peter Safran) che si registra come artefice dell’impresa.

Con un budget complessivo di 270milioni$ (in media 30 ogni film), la saga ha incassato in totale oltre 2 miliardi e mezzo, ma il successo commerciale si è appunto esteso al di fuori della saga. Costruendo il suo universo condiviso, con i vari Annabelle/The Nun/La Llorona confluire nelle indagini dei coniugi Warren a mo’ di supereroi, l’horror è tornato negli anni vincitore al box-office, andando a comprendere appunto anche molti altri esempi distanti dal The Conjuring Universe.

Sotto diversi aspetti, dunque, il fenomeno identificabile sotto il nome di James Wan ha assunto indubbio valore nella storia del cinema contemporaneo…poi, però, si deve arrivare ad analizzare il livello qualitativo di questo stesso fenomeno. Così come il The Conjuring Universe ha dato enorme spinta alla popolarità e circolazione dell’horror dell’ultimo decennio, allo stesso tempo ha contribuito fortemente ad “appiattirlo”. Precisiamo come James Wan sia un regista talentuoso e di assoluto rispetto capace, al di là dei meriti produttivi di aver fatto iniziare saghe (anche Saw e Insidious), di realizzare i primi 2 capitoli del franchise (il primo anche splendido).

Il resto degli 8 film, invece, è stato dato in mano a mestieranti che si sono dimostrati inadatti a costruire per proprio conto delle visioni particolarmente efficaci (tra cui proprio Michael Chavez, ma ci arriviamo). Resta il filo conduttore di cui sopra nel presentare i vari demoni e personaggi che dovranno incrociarsi tra loro, per poi scegliere la via più semplicistica per cercare di spaventare lo spettatore.

Poca profondità, narrazioni stirate e che fanno furbescamente leva sul “tratto da una storia vera” e la piaga della tempesta di jumpscare che prende il sopravvento. 8 capitoli su 10 fanno dunque a gara su chi debba offrire la prestazione peggiore, mantenendo tuttavia intatto quel progetto, quella mission nel costruire l’universo condiviso attorno ai coniugi Warren.

Dopo 9 film e 12 anni di storia del cinema, si arriva alla conclusione di questa avventura nel paranormale, con The Conjuring – Il rito finale che può tranquillamente essere accostato alle aspettative di un “Avengers” volto a chiudere la rispettiva Fase. E allora come si sono concluse le indagini dei Warren sul grande schermo?

Recensione The Conjuring Il rito finale film

Dopo le trascinate spinte il mezzo si blocca proprio a fine corsa

E dopo tutti questi anni non aveva finito con la nostra famiglia.

Si arriva immediatamente a rispondere alla domanda, di cui sopra, indicando come si sia terminato finalmente di raschiare il fondo del barile. Vera Farmiga e Patrick Wilson hanno dimostrato negli anni di essere validi interpreti, andando a far vivere con i coniugi Warren dei personaggi comunque molto affascinanti. The Conjuring – Il rito finale, oltre che per aspetti “filmici” di per sé, arriva completamente a fallire i presupposti produttivi indicati nel capitolo precedente, andando anche a sprecare il doveroso omaggio ai suoi protagonisti. Ma andiamo con ordine.

Il film si apre con un flashback, un intrigante stimolo su come un capitolo conclusivo di una saga si aprisse in sala parto, con una nascita. I presupposti sembrano chiari, rivivere la carriera dei Warren per poi cedere il testimone alle nuove generazioni, in un’operazione sicuramente scontata ma coerente con quanto costruito fino a questo momento. Arriva subito la doccia fredda, passando immediatamente al caso della famiglia Smurl, 20 anni dopo. Ecco arrivare un nuovo, ennesimo, pericolo per la coppia dei protagonisti, senza che vi sia un minimo appiglio narrativo e di messa in scena che possa restituire le atmosfere della fine di un viaggio.

Queste ultime vengono infatti solo ed esclusivamente relegate a semplici cameo (in particolare nell’imbarazzante passerella finale) di personaggi e demoni già apparsi nella saga, creando un nuovo e non richiesto collegamento anche con Annabelle perché “vi sono mancata?”. Si ripete come, l’intero viaggio cinematografico di 12 anni di franchise, venga relegato ad elementi che non hanno il minimo peso in termini di trama.

Si evita anche la carta più divertente della “royale rumble”, presentando appunto un nuovo caso, quello della famiglia Smurl che, tuttavia, entra in contatto con i Warren dopo ben 1 ora di visione. Fino a quel momento si assiste ad un ritmo soporifero e completamente sballato, in cui si portano avanti due rette parallele dove in una parte ci si concentra su Judy e, dall’altra parte, si porta minutaggio con i fenomeni paranormali del caso di turno. Si ribadisce come le atmosfere del film siano quelle di un semplice capitolo di passaggio.

Poi l’innesto, troppo tardi, che fa esplodere il tutto in un caotico e confusionario atto conclusivo. Ancora non si entra nel merito della visione (si anticipa il prossimo paragrafo indicando come non ci sia nulla da salvare), ma anche solo “concettualmente” parlando, riferendosi all’intero franchise, The Conjuring – Il rito finale fallisce su tutta la linea, non riuscendo nemmeno a fare leva sul semplicistico fattore nostalgia.

Continuare a riflettersi su vetri rotti

Ogni caso è diverso.

Arriviamo allora ad elencare gli altri punti critici del film di Michael Chaves che, come nome, non offriva già alla base alcuna garanzia. Il regista di La Llorona, The Conjuring – Per ordine del diavolo e The Nun II non si smentisce, portando sul grande schermo un film “horror” di bassissima categoria. Se proprio deve esserci un “revival” della saga, in questo ultimo capitolo, sta forse nel fastidiosissimo riciclo di tutti gli espedienti già utilizzati per cercare di spaventare lo spettatore.

Non si fa solo riferimento alla solita porzione di salti imposti (si arriva qui addirittura al jumpscare ritardatario, con il cut d’immagine che anticipa tantissimo il sonoro), ma proprio il riproporre quei trucchi già vecchi anni fa, come quello dell’interruttore, scambi di presenze ecc. A parte questi tragici espedienti e qualche immagine effettivamente suggestiva, l’orrore è completamente estraneo alla visione, arrivando anche a ridere in più di qualche frammento.

Lo specchio trottola è infatti difficile da prendere sul serio, come l’improvvisa ed assolutamente arbitraria crescita di Annabelle, per non parlare del formidabile esorcismo finale, dove nemmeno si prova più a proporre qualche formula ma ci si limita alla semplice imposizione delle mani magiche per sprigionare un’onda d’urto. Si resta infatti nell’assurdo, che troppo spesso arriva a prendere i connotati della burla più che dell’ironia.

Basti pensare come la scena della proposta di matrimonio a Judy, nella sua struttura, sia estremamente comica. Il motivo che spinge Tony a voler chiedere la sua mano ed il rapporto di carezze e sguardi tra madre e figlia sono effettivamente le cose migliori del film, non rappresentando un ottimo risultato per un horror di questo tipo.

In conclusione, The Conjuring – Il rito finale è un fallimento su tutta la linea, dal punto di vista: produttivo, non rappresentando un effettivo ultimo capitolo di una saga con 10 film all’attivo; narrativo, raccontando due blande storie che viaggiano su due rette parallele e che si incontrano davvero troppo tardi; orrorifico, spingendo sugli stessi e reiterati espedienti che hanno contribuito ad appiattire fortemente il genere negli ultimi anni.

The Conjuring il rito finale recensione
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Vittorio Pigini
v.pigini3@studenti.unimc.it

Laureato in Giurisprudenza, diplomato in Amministrazione Finanza e Marketing, ma decisamente un Hobbit mancato. Orgogliosamente nerd e da sempre appassionato al mondo cinematografico, con il catartico piacere per la scrittura. Studioso della Settima Arte da autodidatta, con dedizione e soprattutto passione che mi hanno portato a scrivere di cinema e ad avvicinarmi alla regia.